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Hard Fire

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Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Trattato su San Luca, 7,131-132 ; SC 52
« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra »

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso”. Il Signore vuole che siamo vigilanti, attenti in ogni momento alla venuta del Salvatore… Ma poiché il guadagno è misero, e debole il merito quando soltanto il timore della punizione impedisce di sbagliare, mentre l’amore ha un valore superiore, il Signore stesso…infiamma il nostro desiderio di acquistare Dio quando dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra”. Non certo il fuoco che distrugge, bensì quello che produce la volontà buona, quello che rende migliori i vasi d’oro della casa del Signore, consumando il fieno e la paglia (1 Cor. 3, 12), divorando tutta la vanità del mondo, accumulata dalla passione del piacere terreno, opera della carne che deve perire.

Questo fuoco divino bruciava nelle ossa dei profeti, come dichiara Geremia: “C’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa” (Ger 20, 9). Infatti c’è un fuoco del Signore, di cui si dice: “Davanti a lui cammina il fuoco” (Sal 96, 3). Il Signore stesso è un fuoco “che arde senza consumarsi” (Es 3, 2). Il fuoco del Signore è luce eterna; le lucerne dei credenti si accendono a questo fuoco: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese” (Lc 12, 35). Una lucerna è necessaria perché i giorni di questa vita sono ancora notte. Il Signore stesso, secondo la testimonianza dei discepoli di Emmaus, aveva messo questo fuoco nel loro cuore: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32) Ci mostrano con evidenza qual’è l’azione di questo fuoco, che rischiara il profondo del cuore dell’uomo. Perciò il Signore verrà con il fuoco (Is 66, 15) per consumare il male al momento della risurrezione, per colmare con la sua presenza i desideri di ciascuno, e proiettare la sua luce sui meriti e i misteri.

Bob Dylan-A Hard Rain’s A-Gonna Fall (1964) di gillriser5

BOB DYLAN: “Scrissi quella canzone ai tempi della crisi dei missili a Cuba. Mi trovavo in Bleecher Street di notte assieme ad altra gente e ci chiedevamo preoccupati se la fine del mondo fosse prossima. Avremmo mai visto l’alba del giorno seguente? Era una canzone di disperazione… Cosa potevamo fare? Come potevamo controllare le persone che erano in procinto di annientarci? Le parole mi vennero fuori in fretta, molto in fretta…Era una canzone di terrore; frase dopo frase dopo frase cercando di catturare il feeling procuratomi dalla sensazione del nulla”. (da Maggie’s Farm – il sito italiano su Bob Dylan)

Per il testo e altre notizie:

http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3&lang=it

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In un momento come questo

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In un momento come questo dove il papa ha parlato di terza guerra mondiale, con la crisi economica, come fa a dire che il Destino non ha lasciato solo l’uomo?

Perché la chiave per capire il destino non è secondo il nostro criterio, perché tutte queste cose passano, ma la questione decisiva è se in mezzo a tutte queste cose noi possiamo vedere qualcosa che rimane dopo tutto quello che accade, e per noi affrontare tutto questo che sta succedendo, è come dire ma c’è qualcosa che resiste a tutti questi bombardamenti, all’odio, all’intransigenza? C’è qualcosa che rende possibile che in Aleppo possano collaborare musulmani e cristiani? Le bombe potranno esaurirsi, ma questo che nasce da lì potrà crescere sempre di più e questo è quello che ci rende certi nella speranza perché la speranza non delude perché le modalità della vittoria sono diverse dalle nostre.

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Il carico della formica

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Ho letto un libro che mi ha fatto fare alcune riflessioni per cui oso farne una recensione, anche se un po’ atipica.

Il libro l’ho avuto da una mia collega: è scritto da una suo parente, e questo fatto mi ha fatto rivivere i momenti in cui mio padre era entusiasta dei suoi libri appena pubblicati e li diffondeva ad amici e conoscenti, non è mai stato famoso ma ancora c’è chi li legge.

Riguardo all’autore:

Notizie biografiche le trovate tranquillamente in rete scrivendo il suo nome: Demetrio Verbaro.

Non lo conosco direttamente, ma conosco attraverso il libro l’amore per la sua famiglia e la sua terra.

La storia:

Si svolge in un istituto psichiatrico, un ambiente fuori dalla realtà comune, lontano dalle battaglie quotidiane di cui comunque il libro è attraversato.

I personaggi principali nella prima parte malati e non, si presentano e con un buon gioco letterario come un ouverture veniamo a conoscere le loro storie crude che non si sono risolte.

La prima, secondo me la migliore, narra di un incontro inaspettato con una persona: un certo Pasquale che piano piano diventa amico di chi racconta. Pasquale, anche dal nome sembra un allegoria di Cristo, fa scoprire al protagonista chi è, che cosa è la vita e quanto questa vale. Viene in mente “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.”1. E fare questo oggi è da pazzi appunto.

Verso la metà un cambio di prospettiva fa accelerare il ritmo e il coinvolgimento aumenta, si rimane incollati alle pagine, per cui dal punto letterario mi sembra un lavoro ben riuscito.

Non racconto di più per rispetto di chi lo vorrà leggere.  [a questo proposito per qualche giorno si può scaricare l’ebook gratuitamente da Amazon.]

Il giudizio:

Qui invece qualche pezzo dovrò inserirlo, per cui chi non vuole sapere della trama si fermi.

Stiamo parlando di un libro che narra di pazzi, per cui il mio giudizio è libero dal seguire una logica ferrea, in fondo può essere sempre contraddetto dicendo “ma stiamo parlando di matti…”.

Tutto il bello del libro è riassunto qui, nella riflessione di Mimì:

“Non era capace di spiegarsi per quale motivo, pur avendo giovinezza e bellezza, non riuscisse a essere felice, se non per pochi attimi, momenti, brandelli di gioia, che un infernale sogno portava subito via”

è la conclusione a cui chiunque arriva se autenticamente e con lealtà affonda lo sguardo su qualsiasi problema che la realtà gli pone davanti, questa felicità sempre ricercata e mai raggiunta se non per brevi attimi, momenti che ridestano il desiderio ma non lo estinguono.

Questi attimi possono essere o una maledizione o un apertura al Mistero, una porta alla pazzia o un occasione per capire, per partecipare di quel Mistero di cui sono fatte le cose.

Nella maggioranza dei casi però si usa la tecnica dei manicomi: questi attimi si sedano, si riducono, perché non portino il loro effetto, in fondo sappiamo che ci toglierebbero dalle nostre le sicurezze, da quel poco che abbiamo, da quello a cui siamo attaccati.

Più avanti, nel libro succede altro, un evento imprevisto che mette in discussione quelle sicurezze che il protagonista aveva raccolto fino ad allora, la decisione è presa in un attimo e le sofferenze si sono create. Carlo ferito volge a Dio una preghiera, che però risulta monca, inutile, che quando l’ho letta mi ha irritato (in fondo Carlo poteva decidere diversamente):

“Carlo trascorse insonne il resto della notte, pregando Dio di aiutarlo, di mostrargli quale fosse la strada giusta da percorrere, le scelte da fare, affinché le persone che amava soffrissero il meno possibile.”

Irritante ma in fondo è la preghiera nostra, perché in fondo anche noi non sappiamo neanche cosa chiedere, ci fermiamo al «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”», non fare soffrire chi amo, non farmi vedere la loro sofferenza. Togliamo la croce, togliamo quello che compie la preghiera: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua volontà»2.

Come su una sentiero in montagna, si può pregare che la stanchezza finisca, ma se si vuole arrivare, si segue la guida, che conosce la strada e le nostre forze. Se chiedi non sai che risposta ti può arrivare, ti fidi della persona a cui chiedi, ti fidi che abbia la forza che tu non hai.

Un altro punto mi ha fatto pensare, un buonismo latente, un politicamente corretto, che ben si evidenzia qui:

“Gli amici risero insieme. Erano felici. Bart era gay, Mimì andava con le prostitute, Leonardo vedeva persone inesistenti, ma nessuno giudicava gli altri. Ognuno aspirava alla migliore versione possibile di sé, senza inseguire un modello a cui era impossibile aderire. Si volevano davvero bene. Era l’unica cosa che contava. Leonardo concentrò la sua attenzione su Vera. La guardò dritta negli occhi e la trovò bellissima”.

C’è un giudizio in queste frasi che contraddice il “nessuno giudicava gli altri”, un giudizio: “un modello a cui era impossibile aderire” che è figlio della riduzione del desiderio, ci si accontenta, si crea un patto in cui ognuno è contento perché soffoca il cuore, che quel modello impossibile brama, in effetti lo sguardo si sposta da quella amicizia anestetizzata a Vera (anche qui il nome non credo sia a caso) e lì ritrova l’ideale di bellezza che cercava. Lo fa in maniera non esplicita, e qui forse il limite del libro, perché questo ideale deve comunque trovare il suo sbocco, è il cuore che lo reclama. Ma questo ideale viene a noi spesso imprevisto, come un incontro.

A questo punto viene in mente un mio post di una paio di anni fa in cui finivo con questa citazione di Paul Harding, 2012:

“Siamo fiduciosi e ci eccitiamo alla prospettiva di quale bellezza i nostri prossimi, inefficaci tentativi riporteranno in questo mondo, abbiamo fiducia nel fatto che i nostri amici e vicini di casa riconosceranno in loro i nostri desideri frustrati, riconosceranno non tanto la mancanza di perfezione, o il fatto scontato che non abbiamo tutto, ma la grande fortuna di avere così tanto, e che questi tentativi di raggiungere la perfezione sono perfetti gesti di devozione reciproca, perfetti gesti di amicizia, perfetti gesti di amore.”

Se l’autore leggerà mai queste righe non me ne voglia, sul libro come ho già scritto ho un giudizio positivo, aspetto il secondo.

1 Gv 15, 13

2 Lc 22,42

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Il sottosuolo è emerso

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“Ma guardate più attentamente!

Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami!

Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo,

ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci;

che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare!

Ci è di peso perfino essere uomini – uomini con un corpo e sangue vero, nostro;

ce ne vergogniamo,

lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali.

Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più.

Ci prendiamo gusto.

Presto escogiteremo il modo di nascere da un’idea.”

Memorie dal sottosuolo – F.Dostoevskij scritto 149 anni fa…

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Succede una volta

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Mi ha sempre posto domande il fatto che non si possa tornare indietro se succede qualcosa, conosco gente che a causa di incidenti non ha più l’uso di parte del corpo e questo gli rimarrà fino alla morte.

E’ così anche se ti tirano un pugno, è successo non si può cancellare, puoi perdonare, puoi non pensarci ma è successo, un fatto.

Questo è lontanissimo dal nostro pensiero quotidiano basato sulla ripetizione e sulla sperimentabilità del dato: usa questo prodotto perché è provato che da buoni risultati, una cosa è vera se si riesce a ripetere la sua verifica.

Ma per i fatti unici? Ripeteremo il Big-Bang per farlo uscire dalla teoria?

Non avevo mai pensato che questa unicità è propedeutica alla venuta di Cristo.

«Se io gli do un pugno e gli rompo gli occhiali, è un fatto che gli ho rotto gli occhiali, così è accaduto questo: un uomo che si è detto Dio […] Non è una questione di gusto, di chiarezza intellettuale o di mettere le cose al loro posto: è una condizione, è la condizione fondamentale di ogni pensare cristiano e di ogni comportamento cristiano. La categoria “fatto” diventa la categoria fondamentale per il cammino cristiano» LG

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Mozza Mozilla

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Sei anni fa Eich il CEO di Mozilla ha donato 1.000 dollari per sostenere la Proposition 8, che afferma: “Solo il matrimonio tra un uomo e una donna è valido o riconosciuto in California.” Molti attivisti per i diritti gay sono arrivati alla conclusione che tutti coloro che hanno approvato Prop 8, tra cui Eich, deve essere anti-gay.

Qui la notizia: http://patriotpost.us/commentary/24576

Ora  io mi chiedo chi va a spulciare donazioni di sei anni fa per montare una caso? Perchè uno con i propri soldi non può sostenere chiunque? Dove è questa dicriminazione?

Leggete cosa scrive Eich a marzo:

https://brendaneich.com/2014/03/inclusiveness-at-mozilla/

Siamo arrivati al punto di doversi discolpare non i comportamenti sbagliati ma quelli giusti.

Sarà un altro caso Barilla con tanto di scuse? Peggio Eich per favorire Mozilla si è (o meglio è stato) dimesso.

Qui la notizia: http://recode.net/2014/04/03/mozilla-co-founder-brendan-eich-resigns-as-ceo-and-also-from-foundation-board/

Aggiornamento:

La questione della libertà di pensiero violata:

http://www.tempi.it/caso-mozilla-sullivan-gay-lobby-lgbt-inquisizione-crudele

 

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Il sottotenente

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Come si fa a cantare di Gesù senza essere sentimentali o spiritualisti?

Iniziamo da Jannacci con la sua canzone allegra “il sottotenente” così capiremo un po’ di più quando parla della carezza del Nazareno.

 

 

 

Da questa intervista a Enzo J:

“Pochi capiscono il significato delle canzoni, come pochi hanno capito che il “sottotenente”, da me citato in una canzone, è in realtà Gesù Cristo. Alla gente basta che un ritornello sia divertente, sia associabile a qualcuno. “Ah, quello è Jannacci!”, dicono. “No, Jannacci un cazzo!”, rispondo io. “

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C’è una compagnia

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E’ sempre bello rileggerere questo brano, chissà se qualcuno si ricorda da dove è preso…

Cluny

… una volta questa compagnia, o questa strada, aveva un perimetro imponente, imponente dal punto di vista della robustezza delle mura e dal punto di vista del suo slancio estetico.

Nulla di più bello e di più affascinante, nelle lontane epoche, più del monastero. Le mura erano difesa dai nemici anche fisici, la bellezza della sua architettura aveva un solo rivale: la bellezza del canto e della preghiera che in quelle mura e sotto quelle volte si faceva.

Ora la cosa è diventata più spirituale, ora la cosa è diventata più sottile, sembra più inconsistente; non ci sono quelle mura di un metro e più di profondità, non ci sono quelle volute architettoniche, quegli spazi che da soli attiravano l’anima, non c’è più quel suggerimento affascinante del canto e della preghiera regolare.

C’è una compagnia, quella tra di noi, la nostra amicizia, una compagnia in cui tutto quanto dipende dalla buona volontà, dipende dalla volontà dei componenti.

Questa compagnia deve sostituire quelle mura, deve rintracciare l’eco di quei canti, di quelle preghiere, deve saper ispirare uno sguardo che faccia percepire almeno in qualche modo l’attrattiva fisica di Dio nella sua realtà dentro il mondo, l’attrattiva del segno di Cristo, quell’attrattiva che è segno di Cristo.

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A noi

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 Anche se non siamo Cardinali penso che le dica anche per noi queste cose.

 

“E mentre siamo così, convocati, “chiamati a Sé” dal nostro unico Maestro, vi dico ciò di cui la Chiesa ha bisogno: ha bisogno di voi, della vostra collaborazione, e prima ancora della vostra comunione, con me e tra di voi. La Chiesa ha bisogno del vostro coraggio, per annunciare il Vangelo in ogni occasione opportuna e non opportuna, e per dare testimonianza alla verità. La Chiesa ha bisogno della vostra preghiera, per il buon cammino del gregge di Cristo, la preghiera – non dimentichiamolo! – che, con l’annuncio della Parola, è il primo compito del Vescovo. La Chiesa ha bisogno della vostra compassione soprattutto in questo momento di dolore e sofferenza in tanti Paesi del mondo. Esprimiamo insieme la nostra vicinanza spirituale alle comunità ecclesiali, a tutti i cristiani che soffrono discriminazioni e persecuzioni. Dobbiamo lottare contro ogni discriminazione! La Chiesa ha bisogno della nostra preghiera per loro, perché siano forti nella fede e sappiano reagire al male con il bene. E questa nostra preghiera si estende ad ogni uomo e donna che subisce ingiustizia a causa delle sue convinzioni religiose.” Papa Francesco

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A Cuor Contento

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Posso, dopo aver sentito il concerto magari non apprezzare tutto quello che è stato cantato, ma non posso rinnegare che c’era il cuor contento.

Un concerto punk in cui c’erano molti nostalgici che cantavano i vecchi successi e sul palco un G.L.Ferretti che cantava come se venisse da un altro pianeta, anzi da dentro il pianeta. Ho visto un concerto arrabbiato nel rivelare la rabbia di chi ascoltava, quella che c’è in noi, ma non più in chi cantava.

Solo poche parole alla fine, prima dell’ultima canzone “Spara Jurij”:

Uno

Nessuno

Centomila,

è il relativismo:

Felicitazioni

 

Da un intervista:

Perché chiamare un tour “A Cuor Contento”?

Perché sono sempre stato tutto il contrario. Un’inquietudine fatta corpo. Ora invece ho uno sguardo pacificato. Credo che la vita sia un dono, e che un dono debba essere apprezzato in quanto tale. Sono contento in quanto rendo grazie del vivere. Voglio vedere quanto di positivo c’è, anche nella difficoltà e nella disgrazia. Perché la vita è fatta di cose molto diverse tra di loro: c’è uno spazio forte per la meraviglia, uno Perché chiamare un tour “A Cuor Contento”? Perché sono sempre stato tutto il contrario. Un’inquietudine fatta corpo. Ora invece ho uno sguardo pacificato. Credo che la vita sia un dono, e che un dono debba essere apprezzato in quanto tale. Sono contento in quanto rendo grazie del vivere. Voglio vedere quanto di positivo c’è, anche nella difficoltà e nella disgrazia. Perché la vita è fatta di cose molto diverse tra di loro: c’è uno spazio forte per la meraviglia, uno spazio forte per la tragicità. Per scoprirne il senso, c’è un tempo necessario. L’essere a cuor contento è una forma di preghiera.spazio forte per la tragicità. Per scoprirne il senso, c’è un tempo necessario. L’essere a cuor contento è una forma di preghiera.

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