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aggiornamenti

Aosta

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Cosa accomunava Factum al Papa venerdì scorso? Innanzitutto il luogo: Aosta, poi la partecipazione ai vespri, infine avere un arto fuori uso: lui il polso io il tendine della falange qui le foto. Metto in fondo al post un pezzo dell’omelia che è stata una delle più belle che ho ascoltato, dicono che abbia parlato a braccio, io ero fuori dalla chiesa non lo vedevo (e pioveva sigh). Qui tutto il testo.

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In questa breve omelia vorrei dire qualche parola sulla orazione con la quale si concludono questi Vespri, perché mi sembra che in questa orazione il brano della Lettera ai Romani, ora letto, sia interpretato e trasformato in preghiera.

La orazione si compone di due parti, un indirizzo, una intestazione per così dire, e poi la preghiera composta da due domande. Cominciamo con l’indirizzo che ha, a sua volta, due parti. Va qui un po’ concretizzato il “tu” al quale parliamo per poter bussare con migliore forza al cuore di Dio. Nel testo italiano leggiamo semplicemente, “Padre misericordioso”, il testo originale latino e un po’ più ampio e dice “Dio onnipotente e misericordioso”. Dio. Nella mia recente Enciclica ho tentato di mostrare la priorità di Dio sia nella vita personale che anche nella vita, nella storia e nella società del mondo. Certamente la relazione con Dio è una cosa profondamente personale, e la persona è un essere in relazione e se la relazione fondamentale, la relazione con Dio non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta.

Ma questo vale anche per la società, per l’umanità come tale, anche qui se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni, per trovare la strada, l’orientamento dove andare. Dio. Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente. Ma Dio, come conoscerlo? Nelle visite ad limina parlo sempre delle religioni tradizionali con i Vescovi soprattutto africani, ma anche dell’Asia e dell’America latina, dove ci sono ancora queste religioni. Sono molti i dettagli abbastanza diversi, naturalmente, ma ci sono anche elementi comuni. Tutti sanno che c’è Dio, un solo Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non sono Dio, che c’è Dio, il Dio.

Ma nello stesso tempo questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non conosciamo il suo volto. E così la religione in gran parte si occupa di cose come i poteri più vicini, gli spiriti, gli antenati, etc., perché Dio stesso è troppo lontano e quindi ci si deve arrangiare con questi poteri vicini.

E l’evangelizzazione consiste proprio nel fatto che il Dio lontano si avvicina. Che Dio non è più lontano ma è vicino. Che questo conosciuto-sconosciuto adesso realmente si fa conoscere, mostra il suo volto, si rivela, il velo sul volto scompare. E perciò perché Dio stesso adesso è vicino, lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro mondo, non c’è più bisogno di arrangiarsi con questi altri poteri perché lui è il potere vero, è l’Onnipotente. Non so perché nel testo italiano hanno omesso la parola “onnipotente”, ma è vero che ci sentiamo un po’ quasi minacciati dall’onnipotenza, sembra limitare la nostra libertà, sembra un peso troppo forte, ma dobbiamo imparare che l’onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché Dio è il bene, è la verità e perciò Dio può tutto ma non può agire contro il bene, non può agire contro la verità, non può agire contro l’amore e contro la libertà, perché egli stesso è il bene, è l’amore e la vera libertà e perciò tutto ciò che fa non può mai essere in contrasto con verità, amore e libertà. E’ vero il contrario: Egli Dio è il custode della nostra libertà, dell’amore, della verità. Questo occhio che ci vede non è un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un’amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza che è bene essere è bene vivere. E’ l’occhio dell’amore che ci dà l’aria di vivere.

papas

(foto by Factum)

Colletta

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Sabato ho partecipato alla colletta alimentare con i ragazzini delle scuole medie, un entusiasmo contagioso, il gesto era semplice e loro non si sono creati grossi problemi, davano il volantino e le buste sorridendo, facendo a gara tra loro, a gara a fare del bene, roba da non crederci!

colletta

Un uomo, mi ha dato due buste piene:
“Grazie”
“No, grazie a Voi, veramente grazie a Voi”
“Prenda, è il biglietto di ringraziamento”
“No, ripeto sono io a ringraziarvi per quello che fate”
E che cosa avrò fatto?
Ho passato tre ore al caldo con degli amici a dare dei biglietti di carta e a ritirare buste,
il lavoro vero inizia adesso.
Un altro dall’aspetto dimesso, dandomi una scatola di tonno:
“Speriamo vada a buon fine, sa di questi tempi …”
“Venga a vedere in parrocchia a chi li diamo questi aiuti, venga a conoscere qualcuno, poi anche tra i bisognosi magari incappiamo in chi si vende la pasta, ma come facciamo a distinguere. Si fa come si puo.”
“Non vorrei proprio che finisse male …”
“Lei il gesto buono l’ha fatto e questo non glielo toglierà nessuno, si impara così a volere bene”
“Grazie, però speriamo che finisca a qualcuno che ne ha bisogno.”
Quel signore non lo sa, ma la sua scatola di tonno, uscita dalla sua piccola borsa della spesa ha già iniziato a lavorare sul cuore di uno che ha bisogno, il mio!

Aggiornamento Pari dignità anche per il dolore

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Aggiornamento del post del  19/12/2006:

Alla lettera pubblicata dell’Associazione Hospitale è seguita il 20/12/2006 nella rubrica Posta/Risposta de La Stampa la replica di Lucia Annunziata, ne sono venuto in possesso solo ieri, è una risposta laica e rispettosa la segnalo volentieri:

"C’è molto bisogno di parole come le sue. Welby ha fatto una scelta politica perchè è un uomo con una testa politica, che ha – giustamente – fatto della sua malattia lo strumento estremo di una militanza. Appoggia con il suo gesto e il suo dolore una causa giusta: il diritto individuale a non essere tormentato dalla insostenibilità della scienza (perché, se di mezzo non ci fosse la scienza, Welby se ne sarebbe andato molto tempo fa).
Ma nello stesso capitolo c’è, come lei ricorda, anche chi convive fino in fondo con il proprio dolore. Accorciare la vita è una scelta estrema, molto più comune è dover vivere una vita ai limiti della sopportabilità.
Una vita che, come lei dice, rimane tuttavia vita. Con i suoi diritti, a partire da quelli di cure e solidarietà adeguate.
Vero: per queste vite sospese non si fanno veglie, ma – lo si vede da questo stesso scambio – il caso Welby ha alzato una cortina di insensibilità e ci sta facendo scoprire, e soprattutto discutere, quello che finora è stato un tabù. Tabù che, nella nostra società, non è la morte ma la malattia."

 

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