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bello

Leggendo…

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“Nella prima giovinezza era partito per la città, poiché era stato chiamato ad annunziare la distruzione al mondo che aveva abbandonato il suo Salvatore. Nel colmo della sua furia proclamava che il mondo avrebbe visto il sole esplodere in sangue e in fuoco, e mentre lui infieriva e aspettava, il sole sorgeva ogni mattina, placido e contenuto, come se non solo il mondo, ma il Signore stesso non avesse udito il messaggio del profeta. Sorgeva e tramontava, sorgeva e tramontava, su un mondo che passava dal verde al bianco, dal verde al bianco, e dal verde al bianco di nuovo. Sorgeva e tramontava e lui disperava che il Signore l’ascoltasse. Poi un mattino, con sua grande gioia, aveva visto un dito di fuoco uscire dal sole e prima che potesse voltarsi, prima che potesse urlare, il dito l’aveva toccato e la distruzione che aveva atteso era scesa sulla sua mente e sul suo corpo. Era stato il suo sangue ad ardere e a inaridire, non il sangue del mondo.”

Il cielo è dei violenti – Flannery O’Connor

Gioia

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Lo stupore e l’eco di una gioia

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E non capisci perché poi si alzano steccati, si inizia a vietare e a invocare rispetto…

Ionesco 106

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Buon compleanno Eugène Ionesco!

Fa effetto rileggere le parole sentite 28 anni fa da Eugéne, e riferirle ai nostri giorni inquieti:

“Non poter concepire un mondo senza limiti, non poter immaginare l’infinito, è questa la nostra infermità di fondo. Non sappiamo neppure quello che facciamo. Ci fanno fare delle cose che non capiamo, di cui non siamo responsabili. Per un’intelligenza superiore noi siamo come quelle ridicole bestie feroci dei circo, a cui fanno fare gesti comandati di cui non possono capire il significato. Ci si diverte alle nostre spalle, siamo il giocattolo di qualcun altro. Se, almeno, potessimo sapere. Siamo immersi nell’ignoranza, facciamo altro rispetto a quello che crediamo di fare, non siamo i padroni di noi stessi. Tutto sfugge al nostro controllo. Facciamo la rivoluzione per instaurare la giustizia e la libertà. E alla fine instauriamo l’ingiustizia e la tirannia. Siamo vittime di inganno. Tutto si rivolta contro di noi. lo non so se tutto questo abbia un senso, se il mondo sia o non sia assurdo, ma per noi è assurdo, perché noi siamo assurdi e viviamo nell’assurdo. ”

“In queste condizioni, un uomo che io chiamo cosciente, un uomo che ha presente queste verità elementari, può accettare di vivere? Ho un amico, filosofo della disperazione, tutt’altro che insensibile, che vive a suo agio nel pessimismo. Parla molto, parla bene, è allegro. Dice: “L’uomo moderno si arrabatta nell’incurabile”. ”

“Forse, una sola via di uscita. E’ ancora la contemplazione, la meraviglia dinanzi al fatto esistenziale, come dicevo prima. Ma è anche questo un modo di essere al di là del bene e del male. So che è difficile vivere nello stupore quando si è al bagno penale, quando le mitragliatrici vi sparano contro o, basta pur poco, quando si ha mal di denti. Viviamo però nello stupore, per quanto ci è possibile. La ricchezza della creazione è infinita.”

“E credo che fra tutte queste ragioni, le due ragioni più forti di scrivere siano proprio queste; far condividere agli altri lo stupore di esistere, il miracolo del mondo e far sentire il nostro grido di angoscia a Dio e agli uomini, far sapere che noi siamo esistiti. Tutto il resto è secondario. L’arte è allo stesso tempo umana e inumana. Esprime la domanda, la tristezza e la gioia dell’uomo, e in questo è umana. Ma le domande, la tristezza e la gioia costituiscono soltanto i materiali con cui si costruisce una specie di edificio. Bisogna che l’edificio stia in piedi. E perché l’edificio resista attraverso i tempi, bisogna che esso sia espressione del proprio tempo, e oltre il tempo, che esprima l’extratemporale, il permanente.”

 

 

Slow life

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Occorre per questo post fermarsi e ascoltare, la vita non è una corsa continua, non lo deve essere, occorre a volte rallentare per cogliere quello che c’è oltre il primo sguardo.

Ho scritto due volte “occorre” che ha nella etimologia “correre” sembra in opposizione al post, ma suo significato è “andare incontro”.

Sto leggendo un libro di Don Giussani che rimanda a un intervista famosa alle Carmelitane di Bologna, in questo tempo di polemiche nella Chiesa e verso la Chiesa questa intervista è una porta che si spalanca verso il Mistero e all’amore che opera incessantemente nelle nostre esistenze.

In Cammino, Rizzoli Bur, 2014, pagina 132: «Mi ricordo tanti anni fa l’intervista radiofonica… Sentire le risposte di quella ragazza fu una sorpresa: vibravano di una saggezza stupefacente. Da che cosa le veniva? Dall’abitudine a percepire l’eterno dentro l’istante effimero e ad abbracciar le cose tutte insieme, perché non si può giudicare neanche d’un capello se non dalla totalità dell’organismo a cui si appartiene».

Qui sotto l’intervista e qui le attuali monache intervistate. Ascoltate se potete, merita.

 

 

 

 

Da Caravaggio a Michelangelo

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E’ passato un mese dall’udienza di Papa Francesco col movimento di CL, e oggi voglio provare a fare un tentativo di accostare due persone diverse ma vicine, entrambe secondo il mio parere hanno impostato il loro discorsi sul togliere il superfluo, il discorso a sinistra è riprodotto integralmente e in sequenza, di quello a destra sono riportati i punti che possono avere una qualche consonanza con il primo. L’integrale lo trovate qui o in video.

L’accostamento per me è impressionante. Se per alcuni quello di Papa Francesco è stato un richiamo quello dell’allora cardinale Ratzinger cosa era? Entrambi per me sono stati discorsi tra adulti, e tra adulti si va al sodo.

Discorso di papa Francesco all’Udienza con il movimento di Comunione e Liberazione. Piazza San Pietro, 7 marzo 2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sabato 1 settembre 1990, ore 17.00 Meeting Rimini

UNA COMPAGNIA SEMPRE RIFORMANDA

Incontro con Sua Em. Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!

Cari amici, grazie per questa accoglienza così calorosa; conoscete il titolo della mia conferenza: “Una compagnia sempre riformanda”. Non c’è bisogno di molta immaginazione per indovinare che la compagnia di cui qui voglio parlare è la Chiesa.

Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli.

L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà.

Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell’umano, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco.

Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.

Lasciatemi dire con un’immagine ciò che io intendo, un’immagine che ho trovato in Michelangelo, il quale riprende in questo da parte sua antiche concezioni della mistica e della filosofia cristiane. Con lo sguardo dell’artista, Michelangelo vedeva già nella pietra che gli stava davanti l’immagine-guida che nascostamente attendeva di venir liberata e messa in luce. Il compito dell’artista – secondo lui – era solo quello di toglier via ciò che ancora ricopriva l’immagine. Michelangelo concepiva l’autentica azione artistica come un riportare alla luce, un rimettere in libertà, non come un fare.

Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui… O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.

In essa la dimensione grande, liberante, non è costituita da ciò che noi stessi facciamo, ma da quello che a noi tutti è donato. Quello che non proviene dal nostro volere e inventare, bensì è un precederci, un venire a noi di ciò che è inimmaginabile, di ciò che “è più grande del nostro cuore”. La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la “nostra” Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della pura libertà.

E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio.

Sul piano personale non è sempre e senz’altro la “forma preziosa”, cioè l’immagine di Dio inscritta in noi, a balzare all’occhio. Come prima cosa noi vediamo invece soltanto l’immagine di Adamo, l’immagine dell’uomo non del tutto distrutto, ma pur sempre decaduto. Vediamo le incrostazioni di polvere e sporcizia, che si sono posate sopra l’immagine. Noi tutti abbiamo bisogno del vero Scultore, il quale toglie via ciò che deturpa l’immagine, abbiamo bisogno del perdono, che costituisce il nucleo di ogni vera riforma. Non è certamente un caso che nelle tre tappe decisive del formarsi della Chiesa, raccontate dai Vangeli, la remissione dei peccati giochi un ruolo essenziale. C’è in primo luogo la consegna delle chiavi a Pietro. La potestà a lui conferita di legare e sciogliere, di aprire e chiudere, di cui qui si parla, è, nel suo nucleo, incarico di lasciar entrare, di accogliere in casa, di perdonare (Mt 16,19). La stessa cosa si trova di nuovo nell’Ultima Cena, che inaugura la nuova comunità a partire dal corpo di Cristo e nel corpo di Cristo. Essa diviene possibile per il fatto che il Signore versa il suo sangue “per i molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28). Infine il Risorto, nella sua prima apparizione agli Undici, fonda la comunione della sua pace nel fatto che egli dona loro la potestà di perdonare (Gv 20,19-23).

Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.

La Chiesa non è una comunità di coloro che “non hanno bisogno del medico”, bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri.

Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» (Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).

l’autentico stupore è un “No” alla limitazione dentro ciò che è empirico, dentro ciò che è solamente l’aldiqua. Esso prepara l’uomo all’atto della fede, che gli spalanca d’innanzi l’orizzonte dell’Eterno, dell’Infinito.

Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore!

In Cristo tutta quanta la Legge è adempiuta, e quindi la morale è diventata una vera, adempibile esigenza rivolta nei nostri confronti. A partire dal nucleo della fede, si apre così sempre di nuovo la via del rinnovamento per il singolo, per la Chiesa nel suo insieme e per l’umanità.

Io sono strappato al mio isolamento e sono accolto in una nuova comunità-soggetto; il mio “io” è inserito nell`io” di Cristo e così è unito a quello di tutti i miei fratelli.

Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!

Solamente a partire da questa profondità di rinnovamento del singolo nasce la Chiesa, nasce la comunità che unisce e sostiene in vita e in morte. Solamente quando prendiamo in considerazione tutto ciò, vediamo la Chiesa nel suo giusto ordine di grandezza.

E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.

Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell’attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all’interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un’attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa.

Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.

Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l’osservatore ed il mondo, ha perso il suo senso. Può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano. Può capitare invece che qualcun altro viva solo semplicemente della Parola e del Sacramento e pratichi l’amore che proviene dalla fede, senza essere mai comparso in comitati ecclesiastici, senza essersi mai occupato delle novità di politica ecclesiastica, senza aver fatto parte di sinodi e senza aver votato in essi, e tuttavia egli è un vero cristiano. Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana.

Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.

La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» (Porta la speranza. Primi scritti, Genova 1997, 119). Questa sarà intorno al 1967.

… esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un toglier via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente.

La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (Lettera a Giovanni Paolo II, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).

Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.

Cari amici, da simile fede noi dobbiamo lasciarci riempire! Allora la Chiesa cresce come comunione nel cammino verso e dentro la vera vita, e allora essa si rinnova di giorno in giorno. Allora essa diventa la grande casa con tante dimore; allora la molteplicità dei doni dello Spirito può operare in essa. Allora noi vedremo “com’è buono e bello che i fratelli vivano insieme. E’ come rugiada dell’Ermon, che scende sul monte di Sion; là il Signore dona benedizione e vita in eterno” (Sal 133,1.3).

Ringrazio il blog http://www.emettiladaparte.com/ per la foto.

Aconteceu

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“Accadde quando nessuno lo aspettava, accadde senza suono di campane, accadde diversamente dalle storie che i romanzi ci raccontano abitualmente.” sabato scorso a sentire le parole di questa canzone all’inizio dell’incontro con Papa Francesco mi si allargava il cuore, descrivevano cosa stavo vivendo ultimamente, ma…

Provate a immaginare di essere venuto a Roma per incontrare il Santo Padre e avere a disposizione qualche secondo per potergli affidare quello che hai di più caro e urgente nel cuore.
Provate ad immaginare di essere un famoso professore ucraino, di non parlar bene l’italiano, e per vari incontri essere in una posizione di visibilità ed averla questa possibilità.

Immaginate ora anche un papà con grande desiderio di felicità per sua figlia, e che questa passi attraverso la benedizione del Papa.

Uno tra gli ottantamila.

Per circostanze inattese, questo padre e questo professore si incontrano sul sagrato davanti a San Pietro poco prima dell’inizio dell’udienza.
Il padre porge sua figlia al professore affidandogliela “La porti al Papa, che gli dia la Sua benedizione”, non si conoscono.

Il professore accetta la richiesta dell’amico sconosciuto, prende la bimba e la tiene con se tutto il tempo dell’udienza per poter arrivare alla fine davanti al Santo Padre un po’ impacciato con la bimba in braccio per farla benedire.

Il Papa fa domande il professore sa solo il nome della bimba ma si capiscono, il Papa benedice. (qui il video)

E le richieste care e urgenti che aveva dentro? Chissà, ma accade che la realtà a volte ti sposti dai tuoi pensieri e la allora grandezza è nell’intravedere che ti viene data una nuova possibilità, e vuoi starci e ringraziare.

Al termine il professore ringraziò calorosamente il padre per l’occasione avuta: portare questa bimba al Papa.

Nel frattempo la nonna dalla piazza riconosce la nipote e si emoziona, e oggi il nonno ringrazia la possibilità di raccontare questa storia, e di rimanere in cammino su questa strada.

I_dal_Papa

Regalo di Natale

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Ho letto qualche settimana fa sul sito che riportava i lavori del III convegno dei movimenti ecclesiali (www.laici.va) il testo del discorso di Fabrice Hadjadj del 20 Novembre 2014, mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di tradurlo, è un discorso a 360° sul mondo che ci circonda in rapporto alla missione della Chiesa, un testo molto importante per chi come me è presente su Internet.

Vi regalo per il Natale la traduzione.

La troverete premendo il bottone qui sopra, vicino alla Home, in fondo al testo c’è anche il link al pdf.

Qui allego un anticipo per stuzzicarvi un po’ a leggere il resto.

[…]

Quando voi aderite a un Partito, voi aderite inizialmente a una dottrina o a un gruppo, quindi voi fate propaganda, tentate di riunire il maggior numero di persone e di trasformare il mondo secondo i valori del vostro gruppo. E’ secondo questo modello che si è potuto concepire l’espansione della Chiesa, perché è il modello per tutte le imprese a pretesa universale: una parte vuole trasformare il tutto, e alcuni direbbero che è come un cancro che sviluppa le sue metastasi, e altri che è come una turbina che elettrifica la città.

L’unico problema è che questo modello è mondano. Fa della missione della Chiesa qualcosa che non è solo nel mondo, ma del mondo. Spinge a credere che l’evangelizzazione avviene principalmente attraverso il recupero dei mezzi mondani, scambiando la Coca-Cola con Gesù Cristo.

È come qualsiasi altra attività, ma con un passo indietro, poiché, i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Luca 16 ,8). Poco importa. Troverete sempre un professore di teologia pastorale che vi spiegherà che: “Se oggi San Paolo fosse vivo, senza dubbio userebbe Internet e Facebook per diffondere il suo messaggio.” Bene. Ma questo è l’essenziale? Il Vangelo è d’altronde un “messaggio” da comunicare? Prima di affrontare la sfida dei segni dei tempi, vorrei soffermarmi un po’ su questa domanda, e vedere in che cosa la missione del cristiano non è una semplice propaganda militante. Riporterò qui 5 punti di differenza radicale.

1° Rivolgersi a Cristo è anzitutto girarsi verso qualcuno; aderire a un Partito è aderire a qualcosa. Qualcosa, una dottrina, un messaggio, quello che si può comprendere. Ma non possiamo mai comprendere appieno qualcuno, anche se è solo una persona umana. Pertanto, la parola cristiana non consiste anzitutto nel dire qualcosa di qualcosa, ma dire di qualcuno a qualcuno. È chiamare ed essere chiamato, con un nome proprio, prima di spiegare o di imporre, con dei nomi comuni.

È un Seguimi, prima di essere un ecco ciò che sei, o ecco cosa dovremmo fare. Certamente questo è il motivo per il quale le prostitute entreranno prima dei farisei nel Regno. Almeno, le prostitute dicono: Seguimi, mentre gli scribi e i dottori dicono semplicemente: “Questa è la legge alla quale ti devi sottomettere.” La legge è necessaria, ma non è sufficiente, non è prima, perché è impersonale, mentre la chiamata è personale.

Possiamo già dedurre che l’evangelizzazione non parte inizialmente dalla comunicazione, ma dalla comunione. Si comunica qualcosa, ma la comunione è con qualcuno. Cristo non è un marchio di cui fare pubblicità. È una persona che ci viene incontro, con tutto l’inaspettato, tutto l’incontrollabile di qualsiasi incontro.

Resto a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul mio blog non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

C’è una compagnia

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E’ sempre bello rileggerere questo brano, chissà se qualcuno si ricorda da dove è preso…

Cluny

… una volta questa compagnia, o questa strada, aveva un perimetro imponente, imponente dal punto di vista della robustezza delle mura e dal punto di vista del suo slancio estetico.

Nulla di più bello e di più affascinante, nelle lontane epoche, più del monastero. Le mura erano difesa dai nemici anche fisici, la bellezza della sua architettura aveva un solo rivale: la bellezza del canto e della preghiera che in quelle mura e sotto quelle volte si faceva.

Ora la cosa è diventata più spirituale, ora la cosa è diventata più sottile, sembra più inconsistente; non ci sono quelle mura di un metro e più di profondità, non ci sono quelle volute architettoniche, quegli spazi che da soli attiravano l’anima, non c’è più quel suggerimento affascinante del canto e della preghiera regolare.

C’è una compagnia, quella tra di noi, la nostra amicizia, una compagnia in cui tutto quanto dipende dalla buona volontà, dipende dalla volontà dei componenti.

Questa compagnia deve sostituire quelle mura, deve rintracciare l’eco di quei canti, di quelle preghiere, deve saper ispirare uno sguardo che faccia percepire almeno in qualche modo l’attrattiva fisica di Dio nella sua realtà dentro il mondo, l’attrattiva del segno di Cristo, quell’attrattiva che è segno di Cristo.

Mentre cantavano

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DSC_4008Il giorno del matrimonio è passato, ma faccio fatica a parlarne, forse perché era mia figlia quella che si sposava?

Ma no, l’affetto aiuta a conoscere e a far conoscere, anzi avrei dovuto riempire subito di foto e scritti il web, ma c’è qualcosa altro, che va oltre, non so come altro dire, questo oltre era lì ed è difficile descriverlo. Si fa fatica a rendere qualcosa che appena descritto o scritto è già cambiato.

Me ne sono accorto quando la gente mi chiedeva di raccontare come era andata, io rispondevo “benissimo”, ma il mio bene non so se era anche il loro o se potevano immaginare come fosse quel bene.

Mi chiedevano dei vestiti, di cosa si è mangiato, dei canti che si sono fatti, ma come facevo a dire che c’era qualcosa oltre? Ho provato a descriverne gli effetti, i segni, così come farò in queste righe, so già che non riuscirò appieno perché sperimentare un grande bene è qualcosa di eccezionale e quando capita è una grazia. Mi conforta il fatto che questo imbarazzo non è solo mio, molti dicono è andato “benissimo”, “è stato bello”, ma di questo bello che diranno? Che parole useranno per descriverlo o non ne useranno affatto?

  • “Piove, che rabbia, poteva pure esserci il sole almeno questa mattina!”

  • “Capisco quello che provi, ma così sarò più attenta a quello che andrò a fare”

Comincia così, senza paura del maltempo.

La celebrazione è la cosa che gli sposi hanno preparato con più cura, a cui tengono di più perché è il momento in cui la loro vocazione si definisce e prende forma, davanti a Dio e al suo popolo. Il libretto del matrimonio lo testimonia, ci sono stati anche momenti divertenti nella preparazione per esempio dell’invocazione dei Santi:

  • Io voglio mettere Sant’Orso patrono d’Aosta

  • Se metti quello allora io metto i Santi Ermacora e Fortunato patroni di Udine

  • E chi sono?

E così via

Le letture, i canti ogni cosa è stata preparata avendo come orizzonte che la celebrazione fosse una cosa bella e corrispondente a quello che si andava a officiare, è stato tutto così intenso che non c’è stato neanche l’applauso di rito, al suo posto è iniziato il canto:

Jesu tibi vivo;

Jesu tibi morior.

Jesu sive vivo,

sive morior

tuus sum.

Gesù per te vivo; Gesù per te muoio. Gesù, che io viva, che io muoia sono tuo.

Video

(Anch’io ho provato a cantare ma l’emozione mi prendeva).

il coro che ci ha accompagnato nella preghiera era formato da una quarantina di amici provenienti da tre parti diverse dell’Italia.

Alla fine un canto friulano DA FONT DE ME ANIME (potete ascoltarlo qui) che esprime bene il clima, ne riporto la traduzione di due strofe:

Dal fondo della mia anima gioisco ed esulto, il meglio della mia musica lo canto a Dio

che anche se piccola si ricorda di me: dal fondo della mia anima canto al gran Re.

Ero tanto povera e mi ha preferita poiché mi ha trovata più libera in cuore.

Per questo ogni anima mi benedirà: ero tanto povera e Dio mi guardò.

Poi si è festeggiato insieme, una grande festa, si perché dietro questo matrimonio c’è una grande storia di amicizia, di tante persone che si sono accompagnati in un cammino, e in questo non c’è differenza tra noi genitori e gli sposi, anche noi siamo stati accompagnati, e uno fa bene una festa perché ha già nel cuore la festa.

Dal fondo della mia anima gioisco ed esulto” il fondo dell’anima esulta perché trova e riconosce quell’oltre, di cui tante persone hanno fatto esperienza , anche chi non se l’aspettava. Molti parenti ne sono rimasti colpiti “Non dimenticheremo questo giorno” mi hanno detto.

 

«Mentre cantavano, lo hobbit sentì vibrare in sé

l’amore per le belle cose fatte con le proprie mani,

con abilità e magia, un amore fiero e geloso (…)

e desiderò di andare a vedere le grandi montagne,

udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare

la spada al posto del bastone da passeggio».

Lo Hobbit J.R.Tolken

 

 

 

(un solo quesito rimane, ma quanto bevono questi friulani…)

IL PADRE DELLA SPOSA

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Benedizione Frate Leone

Scrivo questo post perché mi è stato richiesto, non so se era il caso di scrivere, giudicherete voi.

Circa sei mesi fa avevo ospite a casa Enrico il ragazzo di mia figlia, era già tardi,  i discorsi si stavano esaurendo, e il sonno stava arrivando, mi alzo e dico “ragazzi io vado a letto, ci vediamo domani”, al posto di un “buonanotte” mi viene risposto “è meglio di no, devo dire una cosa…” tra me un pensiero “ci, siamo”, “Se voi siete d’accordo, io ed Elisabetta abbiamo deciso di sposarci ad ottobre”, un attimo di sorpresa e di spaesamento, anche se l’immagini il sentirlo dire è diverso, un attimo e partirono le domande, le spiegazioni, le curiosità il racconto.

E’ successo, succede a tanti, succede anche a me che una figlia si sposa, l’unica figlia si sposa. Non era quello che volevo in fondo? Che diventasse grande e seguisse il suo destino con prontezza e letizia?

“La chiave del Cielo, il segreto della santità, sta nel compiere al volontà di Dio con prontezza” scrivono sulle partecipazioni.

A Rimini quest’anno mi hanno ricordato che “don Giussani ci teneva, con una carità sterminata, a renderci consapevoli che se noi rimaniamo fermi al contraccolpo sentimentale, senza assecondare l’attrattiva potente della bellezza che abbiamo davanti, questo non ci basta per vivere.” Ci vuole qualcosa di più.

Mi auguro che siano felici, che il giorno del matrimonio sia vissuto come una bella giornata, da ricordarsi nel futuro. Mi commuoverò, sarò contento, si farà festa, con apprensione penserò a quante volte mi verranno a trovare una volta sposati. Ma c’è di più.

C’è di più in questa storia, c’è un di più.

Si perché mi hanno raccontato di una storia d’amore, in cui se non ricordo male hanno detto “poi tra l’altro ci siamo anche innamorati”, tra l’Altro. L’Altro è il vero Protagonista di quanto è successo, di come si è disvelata la loro vocazione, di come hanno risposto anche loro sopresi e incerti a un cambiamento delle loro prospettive.

Non me ne vogliano se riporto l’inizio di una loro conversazione, me l’hanno mandata sapendo che quello che il Signore suscita non è solo per loro.

Betta cara,

che dolore oggi, come ogni anno, ascoltare il Vangelo della Passione.

Fa impressione perché in quel brano c’è dentro tutto il nostro peccato e la nostra miseria.

Enrico, Enrico caro.

Ho dovuto rileggere la mail alcune volte. Mi ha proprio commossa, avevo le lacrime agli occhi, ed è proprio vero quello che scrivi.

Ma mi è rimasto come un fondo di tristezza leggendoti: è tutto vero, ma come doveva essere contrito il tuo cuore per sottolineare solo le cose più terribili e miserevoli di questa venerabile narrazione. Il tuo sguardo è così concentrato sul peccato e il limite umano, quasi dimenticando le tracce sempre presenti della Misericordia, che non abbandona mai Cristo nè i Suoi neppure in un momento simile. Se non fosse per questa, che senso avrebbe la settimana che andiamo affrontando? …

Coincidenza manca una settimana al “si”.

Una cosa ho imparato in questi anni, se il Signore suscita qualcosa di bello e di utile per la tua vita occorre andargli dietro, se mostra la Sua presenza è anche perché io la guardi e nello stesso tempo essere lieto dell’essere oggetto del Suo sguardo. Questi mesi in mezzo a tutte le cose da organizzare, i momenti belli e quelli un po’ tesi, è stata per me la ricerca un po’ nascosta di questo di più che è entrato nelle loro vite, e che non è solo per loro.

Nel libretto per la celebrazione del matrimonio alle intenzioni hanno pensato anche a noi genitori:

“Per i nostri genitori. Ti ringraziamo Signore per il dono di due famiglie belle e affezionate. Possa il nostro Matrimonio essere un dono anche per loro, li aiuti a far memoria delle promesse fatte e rinnovi l’entusiasmo del loro amore. Possa questa nostra unione rinsaldare i legami e mantenga sempre vivo il nostro affetto di figli e la nostra gratitudine.”

Non posso che terminare questo post con la preghiera che guida la mia vita e che è il mio augurio da padre della sposa per il prossimo 12 Ottobre:

Benedizione a frate Leone

Il Signore
ti benedica e ti custodisca;
mostri a te il suo volto
e abbia misericordia di te.
Rivolga il suo volto verso di te
e ti dia pace.

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