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Slow life

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Occorre per questo post fermarsi e ascoltare, la vita non è una corsa continua, non lo deve essere, occorre a volte rallentare per cogliere quello che c’è oltre il primo sguardo.

Ho scritto due volte “occorre” che ha nella etimologia “correre” sembra in opposizione al post, ma suo significato è “andare incontro”.

Sto leggendo un libro di Don Giussani che rimanda a un intervista famosa alle Carmelitane di Bologna, in questo tempo di polemiche nella Chiesa e verso la Chiesa questa intervista è una porta che si spalanca verso il Mistero e all’amore che opera incessantemente nelle nostre esistenze.

In Cammino, Rizzoli Bur, 2014, pagina 132: «Mi ricordo tanti anni fa l’intervista radiofonica… Sentire le risposte di quella ragazza fu una sorpresa: vibravano di una saggezza stupefacente. Da che cosa le veniva? Dall’abitudine a percepire l’eterno dentro l’istante effimero e ad abbracciar le cose tutte insieme, perché non si può giudicare neanche d’un capello se non dalla totalità dell’organismo a cui si appartiene».

Qui sotto l’intervista e qui le attuali monache intervistate. Ascoltate se potete, merita.

 

 

 

 

Meeting 2015 – 4 La bellezza più grande

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Si potevo finire con il post prececoroCETdente, ma c’è quel “voglio tutto”, c’è che la bellezza da spettatore dei Monaci finisce, c’è che i cristiani perseguitati ci parlano delle loro sofferenze e della loro fede così diversa dalla nostra, c’è quel grande personaggio che aiuta i pazzi in Africa, gente che nessuno vuole ma che è stata voluta al mondo come me.

C’è ancora quella mancanza, è con quest’animo che vado a vedere la mostra sui Canti Alpini del coro CET, ti fanno passare prima di ogni altra spiegazione attraverso la ricostruzione di una trincea, per capire cosa fosse la prima guerra occorre passarci attraverso, immaginarsi i morti, il dolore, la vita che facevano in quei pochi metri di spazio, attraversare la loro paura.

Poi questi ragazzi raccontano che sono andati dal più grande coro alpino italiano per imparare, gli dicono della loro passione e che hanno incontrato una bellezza più grande e la vogliono comunicare con questi canti, che non solo fanno commuovere ma fanno muovere anche qualcosa di più profondo. Come dicono loro:

Questa esperienza, propria di qualsiasi popolo che canta, è la stessa che si ripete oggi per chi come noi prova a servire il repertorio alpino e la sua bellezza (segno piccolo ma autentico della Bellezza che riempie il cuore).
I canti sono il racconto della capacità di affrontare avvenimenti anche di gran lunga superiori alle forze di singoli e gruppi (come nell’esperienza della guerra), senza che questi possano ridurre o sopraffare il cuore di chi li vive. Nei canti, anche i più tristi e drammatici, non vi è traccia di recriminazione e di disperazione ma anzi un chiaro senso di compassione e di speranza. La violenza della tecnica, come fosse in grado di annullare l’umano, non è mai il vero tema.Anzi è vero il contrario e cioè che al centro è l’uomo in grado di desiderare, di amare, di offrire, fino a, anche inconsapevolmente, pregare (cf. Monte Canino, Ai preât, In cil e je une stele,…), certo di un’origine e di un destino più grandi.

Il canto “Il testamento del capitano” che mi ha sempre colpito, da ragazzo come oggi, pare sia stato composto nel 1528 ad Aversa, il paese di mio padre, ancora un collegamento il padre.

E dal Padre viene la bellezza più grande, quella dell’inizio e della fine..

 

Meeting 2015 – 3 La bellezza

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habukawa

A volte è difficile scegliere e la scelta che si fa non è fatta su grandi motivazioni, tra due incontri in contemporanea vado dal più comodo e a quello a cui sono affezionato.
Da quando vado al meeting sono sempre andato agli incontri dei monaci Buddisti Shingon del Monte Koya, l’accoglienza che hanno da sempre fatto al popolo del Meeting non ha eguali. Alle 15 loro pregano, e quest’anno in questa preghiera è stato pensato un evento in cui i loro canti, le loro preghiere, si alternavano a canti della tradizione ebraico-cristiana eseguiti dal Coro “Millennium” diretto da Guya Valmaggi, eravamo in tanti nel salone grande.
All’inizio introducono spiegando che la nostalgia è questa mancanza che il Mistero mette nel cuore dell’uomo e che una delle più grandi espressioni di questa nostalgia, come dissero a Giussani, l’hanno trovata nella canzone napoletana in particolare in quel “Torna a Surriento” che canta lo struggimento del distacco.

Dunque quest’uomo il maestro Shodo Habukawa quasi trent’anni fa incontra un prete cattolico che gli fa visita, si incontrano e da quel momento non si lasciano, neanche con la morte di uno dei due, solo a pensarla questa fedeltà commuove, e solo a pensarla mi fa guardare con un occhio più buono la gente che ho intorno.

La preghiera è introdotta dal suono di un campanello che ha la funzione di rompere i pensieri e di concentrarsi sulla presenza del Mistero, seguono gli intensi canti Shōmyō dei monaci e gli altrettanti intensi canti del coro, fino alla compenetrazione dei due in un “Polorum Regina”, è impossibile per la maggior parte delle persone non commuoversi, alla fine viene regalato ai monaci l’esecuzione di “Torna a Surriento” e di “Mandulinata a Napule” e l’ombra del padre, in questo caso il mio napoletano, continua ad accompagnarmi in questo Meeting.

Il maestro Shodo Habukawa è stato in ginocchio tutto il tempo segno di una fedeltà anche fisica al Mistero, e la sua serenità era il perno della bellezza di questo incontro col quel Mistero che fa tutte le cose.

«L’amicizia con loro è un esempio solare di ecumenismo reale. Un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Questa apertura fa trovare a casa propria presso chiunque conservi un brandello di verità, a proprio agio ovunque…». qui

«Quando tutte le cose che hanno una voce in questo mondo la fanno risuonare insieme, mantenendo ciascuna le sue caratteristiche pur fondendosi in un unico suono, esso è quanto vi sia più vicino alla voce del Buddha»

Che differenza c’è tra la mancanza e il vuoto, invece?
Il vuoto è tutto diverso. Non ha nessuna capacità di apertura a un’altra cosa. Non ha niente. E se è senza niente vuol dire che uno ha bisogno di riempirlo con altro che gli dia una ragione per vivere. La mancanza, invece, è qualcosa a cui siamo costantemente richiamati. A volte vuoto e mancanza possono essere simili. La questione è capire se questa mancanza non è vuoto ma Qualcuno che mi sta chiamando, Qualcuno di cui ho nostalgia, o se è soltanto un vuoto senza fondo, oscuro, in cui non so che cosa fare, in cui devo cercare in qualsiasi modo di distrarmi o di riempirlo con altre cose perché altrimenti non lo sopporto. Invece, la nostalgia è già piena di una presenza. J.C.

qui sotto uno dei canti ascoltati.

la foto è di Giacomo Bellavista

Meeting 2015 – 2 si ricomincia, da questo stupore

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«Di chMeeting15e è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?»

E me lo domandavo anch’io girando tra mostre e padiglioni, guardando la gente, quelli della mia età un po’ disincantati, i giovani con una grande voglia di vivere l’incontro della vita.

Ma c’era indubbiamente una mancanza, quella che ci ha fatto incontrare, che ci ha messi insieme.

Riverberava come un eco, ma facevo fatica a metterla a fuoco.

Il voglio tutto di Marta è stato un primo impatto, dopo pochi minuti dal mio arrivo a Rimini.

Conoscevo lei e conosco i genitori, non potevo mancare alla presentazione del libro con i suoi scritti, cominciamo bene pensai mentre ascoltavo parlare il padre.

Qualcosa si aprì poi in qualche spunto del dialogo tra Carron e e l’ebreo Joseph Weiler,su Abramo, sopratutto quando un incertezza di Wailer dopo l’ascolto di un brano di musica da lo spunto a Carron a dire “è da qui che si ricomincia, da questo stupore”, un incertezza che diventa una cosa da osservare e da valorizzare perché in quel momento non è il tuo discorso ma un altra cosa che ti ferma, ti stringe e ti riempe il cuore (lo potete vedere su youtube al minuto 54:49”).

Come lo stupore di vedere, all’interno di una foto di quell’incontro, una croce su un riflesso del sole.

L’uomo riconosce la verità di se attraverso l’esperienza della bellezza” LG

Meeting 2015 – 1. Abramo

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Volevo scrivere qualcosa di quello che ho vissuto al Meeting 2015, ma avrei scritto un post molto lungo e complicato, lo divido e cercherò di semplificarlo.

Non posso che partire da Abramo dall’ultimo pannello della mostra principale, ho letto molti commenti su questo Meeting, molte opinioni e poche esperienze, molte critiche da fuori e molto fuoco amico (tanti ormai scrivono), io non ne so più di loro ma ho vissuto qualcosa di particolare quest’anno, lo voglio condividere.

Parto quindi da uno scritto che da la chiave di lettura di tutto questo evento:

Siamo quasi nella stessa confusione di quando la storia è cominciata con Abramo: le cose più evidenti in un certo momento non sono più evidenti. Questa è la situazione storica in cui noi siamo chiamati a vivere la fede.

Noi proviamo subito la tentazione di fermare questo crollo delle evidenze con una più efficace strategia di potere che possa arginarne le conseguenze. In realtà è un tentativo senza futuro perché chi dovrebbe sostenere le evidenze è un io ormai smarrito. D’altra parte corriamo il rischio di censurare o addirittura cancellare nella loro radice i desideri di compimento che si nascondono nei più svariati tentativi, talvolta confusi, di raggiungere la pienezza. Al posto di mettere davanti agli uomini una presenza che attiri tutto il desiderio, come faceva Gesù, abbiamo la tentazione di vietare le strade “sbagliate”, come se il desiderio si mettesse a posto da solo una volta che gli si chiudono quelle strade. Come se il desiderio non ci fosse stato dato per cercare la felicità.

Ma Dio cosa fa? A noi sembra che, se crolla tutto un mondo di evidenze, crolli anche la civiltà cristiana e che la certezza della fede venga meno. Tante volte abbiamo l’impressione che fermare quel processo potrebbe sostenere l’evidenza della nostra fede. Ma è questa la strada che ha intrapreso il Mistero nella storia?

A noi, invece, questo metodo sembra assurdo: per salvare il mondo, come prima mossa Dio chiama Abramo, un politeista mesopotamico nelle periferie dell’impero…

Quando ha scelto Abramo, Dio non ha messo a posto tutta la realtà e la storia. Ha cominciato a generare un io, a dare consistenza a quell’io, fino al punto che con Abramo possiamo parlare della “nascita dell’io”. Infatti, l’io si costituisce soltanto davanti a una Presenza che lo chiama, che lo attira, che lo risveglia dal torpore in cui tante volte cade.

E questo non vuol dire che allora tutto intorno ad Abramo sia cambiato all’improvviso. No, è cambiato Abramo. E a volte anche Abramo si scandalizzava di chi aveva intorno: “Ma voi perché siete così?”… “Ma è proprio perché siamo così che Dio ha dato a te, Abramo la grazia; è perché siamo così scombinati ciechi e pigri, è perché tutto intorno a noi è buio, che Dio ha incominciato a dare la grazia a te, per renderti consistente, per incominciare a generare un luogo dove il buio possa essere vinto, dove il nichilismo possa essere vinto”.

E’ molto coraggioso e sorprendente il fatto che il Mistero per cambiare il mondo scelga Abramo, che per cambiare il mondo scelga un io. Ma questo metodo è folle, o è invece il più realista che ci sia (più delle nostre immagini e delle nostre teorie)? Noi sappiamo cosa è nato dalla scelta di Abramo. Invece, dai nostri progetti, cosa nasce?

Dire “si” a Colui che ci chiama è, di fatto, il contributo più grande al mondo.

Aconteceu

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“Accadde quando nessuno lo aspettava, accadde senza suono di campane, accadde diversamente dalle storie che i romanzi ci raccontano abitualmente.” sabato scorso a sentire le parole di questa canzone all’inizio dell’incontro con Papa Francesco mi si allargava il cuore, descrivevano cosa stavo vivendo ultimamente, ma…

Provate a immaginare di essere venuto a Roma per incontrare il Santo Padre e avere a disposizione qualche secondo per potergli affidare quello che hai di più caro e urgente nel cuore.
Provate ad immaginare di essere un famoso professore ucraino, di non parlar bene l’italiano, e per vari incontri essere in una posizione di visibilità ed averla questa possibilità.

Immaginate ora anche un papà con grande desiderio di felicità per sua figlia, e che questa passi attraverso la benedizione del Papa.

Uno tra gli ottantamila.

Per circostanze inattese, questo padre e questo professore si incontrano sul sagrato davanti a San Pietro poco prima dell’inizio dell’udienza.
Il padre porge sua figlia al professore affidandogliela “La porti al Papa, che gli dia la Sua benedizione”, non si conoscono.

Il professore accetta la richiesta dell’amico sconosciuto, prende la bimba e la tiene con se tutto il tempo dell’udienza per poter arrivare alla fine davanti al Santo Padre un po’ impacciato con la bimba in braccio per farla benedire.

Il Papa fa domande il professore sa solo il nome della bimba ma si capiscono, il Papa benedice. (qui il video)

E le richieste care e urgenti che aveva dentro? Chissà, ma accade che la realtà a volte ti sposti dai tuoi pensieri e la allora grandezza è nell’intravedere che ti viene data una nuova possibilità, e vuoi starci e ringraziare.

Al termine il professore ringraziò calorosamente il padre per l’occasione avuta: portare questa bimba al Papa.

Nel frattempo la nonna dalla piazza riconosce la nipote e si emoziona, e oggi il nonno ringrazia la possibilità di raccontare questa storia, e di rimanere in cammino su questa strada.

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Succede una volta

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Mi ha sempre posto domande il fatto che non si possa tornare indietro se succede qualcosa, conosco gente che a causa di incidenti non ha più l’uso di parte del corpo e questo gli rimarrà fino alla morte.

E’ così anche se ti tirano un pugno, è successo non si può cancellare, puoi perdonare, puoi non pensarci ma è successo, un fatto.

Questo è lontanissimo dal nostro pensiero quotidiano basato sulla ripetizione e sulla sperimentabilità del dato: usa questo prodotto perché è provato che da buoni risultati, una cosa è vera se si riesce a ripetere la sua verifica.

Ma per i fatti unici? Ripeteremo il Big-Bang per farlo uscire dalla teoria?

Non avevo mai pensato che questa unicità è propedeutica alla venuta di Cristo.

«Se io gli do un pugno e gli rompo gli occhiali, è un fatto che gli ho rotto gli occhiali, così è accaduto questo: un uomo che si è detto Dio […] Non è una questione di gusto, di chiarezza intellettuale o di mettere le cose al loro posto: è una condizione, è la condizione fondamentale di ogni pensare cristiano e di ogni comportamento cristiano. La categoria “fatto” diventa la categoria fondamentale per il cammino cristiano» LG

Meditazione del giorno

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Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Nord Africa) e dottore della Chiesa
Discorso 103, 1,2,6 : PL 38, 613, 615 (Nuova Biblioteca Agostiniana)

« Una donna, di nome Marta, accolse Gesù nella sua casa »

“Ogni volta che avete fatto qualcosa a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”. (Mt 25, 40)…O Marta, sia detto con tua buona pace, tu, già benedetta per il tuo encomiabile servizio, come ricompensa per questa tua fatica domandi il riposo. Ora tu sei occupata in molte faccende, vuoi ristorare dei corpi mortali, sia pure di persone sante, ma quando sarai giunta alla patria, vi troverai forse pellegrini da accogliere come ospiti? Vi troverai forse affamati cui spezzare il pane? Assetati cui dar da bere? Malati da visitare? Litigiosi da mettere d’accordo? Morti da seppellire? Lì non ci sarà nulla di tutto ciò.

E allora che cosa ci sarà? Ciò che ha scelto Maria; lì saremo nutriti, non daremo da mangiare. Lassù quindi vi sarà completo e perfetto ciò che Maria ha scelto quaggiù; raccoglieva le briciole da quella ricca mensa, cioè dalla parola del Signore. Orbene, volete sapere quel che vi sarà lassù? Il Signore stesso afferma dei suoi servi: « Io vi assicuro che li farà mettere a tavola e passerà lui stesso a servirli » (Lc 12, 37).

Io voto Maurizio

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Martedì sono andato al funerale di un uomo buono, di un uomo con cui ti sentivi a tuo agio e che ti faceva sentire che per lui eri importante. E anche se ti frequentavi poco potevi dire che là avevi un amico.

Anche durante la malattia degli ultimi mesi ti guardava con gli occhi azzurri e tra un dolore e l’altro non smetteva di chiederti come stavi e cosa facessero le persone che ti stavano a cuore.

Era un sacerdote, da vent’anni parroco di Torgnon, uno di quelli che mi ha sposato.

C’era molta gente al funerale e tutti erano stati toccati dal suo sguardo e da come la famiglia l’ha accompagnato in quest’ultimo viaggio.

Come è vero che la liturgia partecipata e sentita è la cosa più adeguata, più bella per accompagnare la morte di una persona cara: la presenza di Cristo che si rinnova e che vuole essere in noi per accompagnarci al nostro e al suo destino. La Chiesa in questo ha ancora molto da insegnare al mondo.

Il canto finale della messa è stato in francese:

Prends mon coeur le voilà, Vierge ma bonne Mère
C’est pour se reposer qu’il a recours à toi
Il est las d’écouter les vains bruits de la terre
Ta secrète parole est si douce pour moi.

Prendi il mio cuore, qui, Vergine mia Madre buona. 
E’ per riposare che ricorre a te. 
È stanco di ascoltare i suoni della terra invano.
La tua parola segreta è così dolce con me.

Monsignor Negri in vista delle elezioni e dei princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, ha detto:  «La Chiesa non difende dei princìpi astratti, ma la vita buona che essi rappresentano».

Bene io voto per Maurizio e per la vita buona che chi segue con semplicità Gesù porta nel mondo.

 

Don_Maurizio_875_l Qui Don Maurizio con Giovanni Paolo II

 

 

 

 

 

 

 

Omelia del Vescovo di Aosta:

1. Qualche settimana fa in occasione di una visita in ospedale con fatica don Maurizio mi ha

comunicato un pensiero che era legato a ciò che viveva o meglio pativa, ma che in realtà può essere

esteso a tutta la vita di un credente. Ha usato queste parole: mettere insieme le cose del tempo e quelle

eterne, le cose materiali e quelle spirituali…

Mi sono tornate in mente domenica mattina, accanto alla sua salma, ripensando alla sua agonia,

una lunga lotta nella quale è rimasto fedele al Signore e al suo sacerdozio. Venerdì mattina,

l’ultima volta che ho parlato per qualche istante con lui, gli ho chiesto se voleva dire con me l’Ave

Maria; mi ha subito detto di sì e così abbiamo pregato insieme e poi ha ricevuto la benedizione e

con fatica si è segnato il corpo già crocifisso dalla sofferenza.

Ho visto questo gesto come un vero atto di fede: ancora una volta diceva di sì al suo Signore!

È questa la lotta della vita cristiana: continuare ad accogliere le chiamate del Signore e ridire di

sì, mettendo insieme le cose del tempo e quelle eterne, le cose materiali e quelle spirituali … anche quando

ciò diventa arduo.

San Paolo ci indica la via: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché

le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Occorre tenere fisso lo sguardo su

Gesù. E poi aggiunge: Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come

una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. È

la speranza, l’attesa dell’incontro con Dio faccia a faccia e della trasformazione finale del nostro

corpo e della nostra vita, che rende possibile la lotta, dando il giusto peso alle cose visibili, che

sono buone, dono di Dio, ma pur sempre relative alla bontà e alla bellezza vera che è quella di Dio.

2. Nel Vangelo ci viene offerta una chiave di lettura della sofferenza di don Maurizio: se il

chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Gesù ci ha

detto che questa legge della natura vale anche per la vita umana e lui l’ha vissuta per primo nella

sua carne. Non cerchiamo la sofferenza, ma quand’essa bussa alla nostra porta essa può diventare

luogo di salvezza, ma anche di verità della nostra vita.

3. Concludo con le parole che mi ha detto un confratello domenica mattina quando gli ho

comunicato la morte di don Maurizio: dobbiamo metterci a pregare un po’ di più per i preti e per

le vocazioni. Sì, cari confratelli e cari fedeli, dobbiamo davvero pregare un po’ di più, ma non

dobbiamo neanche avere paura – lo dico ai Sacerdoti, ai genitori, ai catechisti – non dobbiamo

avere paura di proporre la bella vocazione sacerdotale. E a voi giovani che siete presenti: se questa

idea vi ha sfiorato o vi sfiora per un momento non accantonatela subito, neanche voi dovete avere

paura. È vero: non è facile essere prete, ma è molto bello essere preti, mettersi al servizio della

comunità per portare la Parola e la consolazione di Gesù, la sua presenza e il suo perdono!

 

Maurice

Vado

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Sono fuori per esercitarimi.

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