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Sono fuori per esercitarimi.

La Bellezza che salva il mondo

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di Andrea Avveduto

21/12/2011 – L’ha conosciuto dai suoi scritti. Scoprendo di nutrire la stessa passione per la musica. Così, padre Armando ha deciso di scrivere una “messa” dedicata a don Giussani. Da cantare la Notte Santa, a Betlemme

  • Betlemme.Betlemme.

«Non ho mai un visto un altro uomo che si esprimesse sul canto con la stessa profondità del Papa». Padre Armando Pierucci ha pensato così dopo aver “conosciuto” don Giussani. Classe 1935, francescano, vive a Gerusalemme da circa trent’anni, è maestro d’organo del Santo Sepolcro e direttore dell’Istituto Magnificat di Gerusalemme. Insegna musica ai ragazzi arabi del quartiere cristiano e recentemente ha composto una messa dedicata proprio a don Luigi Giussani. «Verrà cantata per la prima volta durante la celebrazione di mezzanotte, il 24 dicembre, a Betlemme». Con un po’ di ansia, ammette scherzando sul coro che dirige: “Non la sanno neanche tanto bene!”. Ma che cosa ha spinto un frate francescano delle Marche a dedicare una messa al fondatore di Cl? «Qualche tempo fa mi hanno regalato un cd della collana Spirito Gentil, una raccolta di canti russi. Ho conosciuto così per la prima volta la percezione che Giussani aveva su un certo tipo di musica». Ne è rimasto colpito: «Don Giussani ha riaffermato chiaramente quel che diceva sant’Agostino (“Chi canta prega due volte”): il canto è davvero una forma di appartenenza alla Chiesa. Ho provato una grande riconoscenza per quelle parole». Da lì, l’idea di comporre la messa: «Ho riflettutto a lungo sulla composizione e su ogni singola voce», dice mostrando gli spartiti che saranno cantati in Santa Caterina. «Ho cercato di curare ogni aspetto, per non banalizzare nessuna nota». E tira fuori dal suo cassetto un quadernetto che custodisce gelosamente: «Questi sono tutti gli appunti che ho preso dalle meditazioni di Giussani sulla musica». Ci sono le introduzioni ai pezzi di Chopin, le riflessioni che condivideva con i ragazzi del Clu alle Equipe, le indicazioni che dava ai primi di Gioventù Studentesca. «In tutto questo emerge secondo me la concezione che la Chiesa ha sempre avuto sul canto e che Giussani ha recuperato: non è solo il cantare, è il pregare mentre si canta». Una cosa che pochi fanno ultimamente, secondo padre Pierucci: «Non c’è più l’identità di essere cristiani, non ci concepiamo più assieme. Mentre per don Giussani era diverso: è il popolo che canta la liberazione». Parole pronunciate con quella vena di nostalgia di chi sa di guardare a tempi ormai lontani: «Oggi vanno di moda le canzonette e allora si fanno le canzonette anche a messa. Ma così vuol dire che non aderiamo completamente alla Chiesa. La Chiesa ha sempre avuto una regola ben precisa sul canto. E si è sempre espressa in un certo modo». Per padre Armando la questione è molto semplice: «Se uno pensa a Napoli canta O sole mio, se pensa a Milano intona O mia bela Madunina: il canto è la sigla di un luogo, di un avvenimento. Pensa ai fidanzati: in quanti hanno un motivo che li unisce per tutta la vita! Nella Chiesa questo rischia di non accadere più».
Per questo ringrazia ancora don Giussani, padre Armando, prima di correre alle prove del coro. È di fretta perché deve preparare bene i canti per la messa per il Natale. E dopo avermi salutato si lascia sfuggire un’ultima battuta: «Mi raccomando, dì a quelli di Cl di continuare a cantare, perché la Bellezza salverà il mondo. Davvero».

 

Il padrone del mondo

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“Quella sera al refettorio dei preti si faceva un gran parlare intorno alla diffusione della Frammassoneria. Il fatto si verificava da parecchi anni, ed i cattolici ben riconobbero il pericolo che li minacciava, giacché la professione massonica e la fede cattolica eran dichiarate incompatibili da qualche secolo per la risoluta condanna inflitta dalla Chiesa alla Massoneria. Ognuno dovea decidersi tra quest’ultima e la sua fede religiosa.
Molti fatti straordinari vennero alla luce durante l’ultimo secolo. Prima fu l’assalto organizzato contro la Chiesa di Francia; quello che i Cattolici avevano sempre sospettato, divenne certezza per le rivelazioni del 1928, quando il P. Gerolamo, domenicano ed ex-massone, rese noti tanti misteri intorno ai Liberi Muratori. I cattolici avevano avuto indubbiamente ragione; e la Massoneria, per lo meno negli alti gradi, fu ritenuta responsabile in tutto il mondo dell’insolito movimento contro la religione. Se non che il P. Gerolamo morì nel suo letto, e tutto fu finito. Le splendide donazioni in Francia ed in Italia ad Ospedali, ad Orfanotrofi e ad altri istituti di beneficenza fecero dileguare i sospetti, in modo che la Massoneria per cinquanta anni e più poté passare davanti alla pubblica opinione per una vasta società filantropica. Ora i dubbi ricominciavano daccapo.”

R.H. Benson – Il Dominatore del mondo

“Come non rimanere colpiti da questa descrizione? Sembra rispecchiare certi panorami del mondo post-moderno: le città dove la vita diventa anonima e orizzontale, dove Dio sembra assente e l’uomo l’unico padrone, come se fosse lui l’artefice e il regista di tutto: le costruzioni, il lavoro, l’economia, i trasporti, le scienze, la tecnica, tutto sembra dipendere solo dall’uomo. E a volte, in questo mondo che appare quasi perfetto, accadono cose sconvolgenti, o nella natura, o nella società, per cui noi pensiamo che Dio si sia come ritirato, ci abbia, per così dire, abbandonati a noi stessi. In realtà, il vero “padrone” del mondo non è l’uomo, ma Dio. Il Vangelo dice: “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,35-36). Il Tempo di Avvento viene ogni anno a ricordarci questo, perché la nostra vita ritrovi il suo giusto orientamento, verso il volto di Dio. Il volto non di un “padrone”, ma di un Padre e di un Amico. Con la Vergine Maria, che ci guida nel cammino dell’Avvento, facciamo nostre le parole del profeta. “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64,7)”  BENEDETTO XVI – Angelus 27.11.2011

 

Jobs l’eterno lavoratore

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Sono dispiaciuto della dipartita di Jobs, ma nello stesso tempo un po' infastidito da tutto questo clamore, che sia invidioso? Può darsi, due cose mi hanno tenuto lontano dal mondo Mac, la prima per me la più importante è il costo, appena ti avvicinavi ai prodotti Apple ti trovavi a guardare più il cartellino del prezzo che il prodotto, la seconda è quella specie di mondo chiuso incompatibile con il resto della realtà informatica che è la comunità degli utenti Apple. Chi usava un Mac poi non cambiava più, Apple ti rubava la libertà.
Dicono che la mela del simbolo sia stata scelta in onore (dei Beatles) e sopratutto di Newton, una mela che cade, lo stupore, la scoperta di un nuovo mondo, già ma la cosa più stupefacente è rimasta ignota a Newton, come ha fatto quella mela ad arrivare lassù?

Divertentissimo questo articolo sul Foglio

"Naturalmente, a quel vecchio furbacchione di Jobs l’idea di essere percepito come “il Gesù Cristo della Modernità” non è mai dispiaciuta, e in fondo è praticamente dalla fondazione della Apple che il vecchio Steve si diverte a mescolare la narrazione della propria storia con quella del Cristo Redentore. E se l’episodio più curioso che viene spesso raccontato dai più anziani dipendenti della Apple è quello relativo al famoso Natale del 1977, quando Jobs si presentò alla festa organizzata dalla Apple travestito proprio da Gesù Cristo, la storia forse più significativa sulla rappresentazione religiosa del mondo della Mela è la scelta fatta da Jobs all’inizio del 2003 per presentare quel graziosissimo oggetto rettangolare di nome iPhone. Un oggetto che, come disse in quell’anno Jobs con tono eccitato nel corso di uno dei Keynote speech più famosi della storia della Apple, “sono certo che farà il miracolo di cambiare il mondo”.

 

Memorabile la concusione, che ci fa ricordare che Jobs è comunque un grande.

“Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. E tutto il resto, ragazzi, tutto il resto è semplicemente secondario. Grazie a tutti”.

Il volto della Libia

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Uno è anche i libri che legge, sto leggendo “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti e c’è una parte del libro che mi ha un po’ angosciato, più delle descrizioni delle violenze e della capacità di male dell’uomo perché si sa il male è male può fare più o meno orrore ma ha lo stesso volto, lo stesso giudizio: è il male.

La cosa che mi ha angosciato è l’incertezza in cui vivevano i parenti in attesa di notizie, dove il male non si è ancora manifestato e il bene non ha vinto, il figlio partito in guerra sarà ancora vivo? Non arrivano notizie sarà un bene o un male?

Oppure verso la fine della guerra chi era nemico non sparava più verso di noi perché spossato e sconfitto e chi era dalla tua parte non lo era più anzi ti sparava addosso perché si era già all’inizio del dopo guerra e si lottava per chi doveva gestire il potere.

L’incertezza, l’informazione manipolata, la lotta per il dopo, e il male che non ha più questo nome ma avanza, e oggi la Libia ha lo stesso volto.

Eppure il giudizio è netto, come quello del Papa dell’Angelus del 27 Marzo 2011 “ rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi”.

O dello stesso E.Corti di un intervista per i suoi 90 anni che con due risposte secche da due graffi alla nostra mentalità:

L’Islam.
Sul piano militare il gap con l’occidente sembra essere ancora enorme. Ma gli islamici credono, gli occidentali non credono più in niente. Tra chi crede e chi non crede, vince chi crede. Dovremo anche qui affidarci all’intervento soprannaturale e alla Madonna. Per questo ritengo fondamentale le poco conosciute ma clamorose apparizioni di Zeitun, avvenute in Egitto nel 1968.

La guerra.
La sensazione fondamentale che ti dà la guerra è che non serve a nulla. Lo sa bene chi, come me, ha combattuto, prima sul fronte russo e poi in Italia nei “soldati del re”. La guerra è fatta per non essere fatta: non risolve niente.

E le bugie hanno le gambe corte e soprattutto non esistono bugie umanitarie come dimostra il giudizio di G.Ferrara dell’1 Aprile 2011.

Altra documentazione su questo è qui.

Il video citato da Ferrara è qua.

Don Gius e una disincantata Mylene

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Non tutti qui in Italia conoscono Mylene Farmer ma in Francia è una star a livello del nostro Vasco, riempie gli stadi  fa cantare e commuovere la gente, anch'io sono rimasto incantato da lei un giorno in un supermercato, sui televisori in esposizione la si vedeva cantare Point de suture, lei vestita con una grande croce addosso si interrompeva per la commozione. 

I fan di questa cantante festeggiano in questi giorni i vent'anni dell'uscita del video della canzone Désenchantée, e già qui c'è una differenza io incantato e lei disincantata. Sembra un gioco di parlole ma non lo è, rimanere incantati, stupiti è vedere i colori della vita, per lei la fine è una landa grigia di ghiaccio senza colori.

Ho provato a ipotizzare un incontro tra quello che capitava negli stessi giorni del 1991, un video di Mylene che usciva e un richiamo del Don Gius a chi si era riunito per tre gioni a meditare insieme. Non so se sia cristiana Mylene di sicuro è piuttosto dissacrante anche se la figura di Cristo è ovunque nella sua opera, addirittura il palco nel suo penultimi tour era a forma di croce e qui nel video c'è un crocefisso che cade (min 5:23) e una donna che prega: barriere 

di sacralità infrante dalla rivolta. 
I suoi video dei primi anni erano dei piccoli film come questo.


Myléne Farmer Désenchantée di The-Phantom>

Traduzione: DISINCANTATA
Nuotare nelle acque torbide dell’indomani
Aspettare qui la fine
Galleggiare nell'aria troppo pesante
Dal quasi nulla
A chi tendere la mano?
Se devo cadere dall'alto che la mia caduta sia lenta
Non sono riuscita a trovare riposo che nell'indifferenza
Invece vorrei ritrovare l'innocenza
Niente ha più senso
Niente va più come dovrebbe.
Tutto è caos
A fianco dei miei ideali delle parole rovinate
Cerco un'anima che potrà aiutarmi
Sono di una generazione disincantata
Disincantata.
Chi potrà impedirmi di intendere
Quando la ragione crolla
A quale seno volgersi
Chi potrà pretendere di cullarci nel suo ventre?
Se la morte è un mistero
La vita non ha niente di tenero
Se il cielo ha un inferno
Il cielo può ben aspettarmi…
Dimmi, in questi venti contrari
Come vanno le cose
Niente ha più senso
Niente va più come dovrebbe.
 

 
Chiunque,in qualunque stato d'animo, può aderire a questo grido; anche chi ancora fosse nell'oscurità di una ricerca a tentoni o chi sembrasse camminare nelle tenebre e nell'oscurità. Il grido è l'unica cosa in cui l'umano si ricompone e si ritrova, con una sincerità che non c'è in nessun altro gesto.
La giustizia – ci insegna lo Spirito di Cristo – è la fede, è data dalla fede (cfr. Rom 1,17); che la vita abbia una consistenza è per qualcosa di più grande di noi, da riconoscere e a cui aderire.
La vita non è essere ai lavori forzati, ma essere di fronte ad una Presenza che reclama il nostro cuore. Fossi tu – amico mio – arido come pietra e Dio fosse per te una semplice parola, come eco senza significato, quello che dico è vero anche per te: non sei condannato a lavori forzati, ma sei di fronte ad una Presenza che reclama il tuo cuore. A questo anche tu sei chiamato ad arrivare e anch'io: «Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal2,20). L.G. 1991

Ma ancora più impressionante a riguardo questo piccolo brano dell'ultima intervista del Gius.

C'è una sorta di diffidenza reciproca tra cultura laica e religiosa? 
«Da parte nostra non c'è nessuna diffidenza, ma la fondata coscienza di una situazione assai problematica che trovo espressa da una poesia di Carducci, "Su Monte Mario": fin che ristretta sotto l' equatore / dietro i richiami del calor fuggente / l'estenuata prole abbia una sola / femina, un uomo, / che ritti in mezzo a' ruderi de' monti, / tra i morti boschi, lividi, con gli occhi / vitrei te veggan su l'immane ghiaccia, / sole, calare». Un'immagine desolata… «In queste parole è segnata la fine dell' uomo. È una posizione dovuta alla negatività della concezione di cosa sia l'uomo e a uno sviluppo non completo della sua sensibilità e intelligenza». 

A meno che non ci sia quel grido…

Diversamente vivi, diversamente morti

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Quanche tempo fa, io e una Aliena ci siamo trovati a Torino. Approfittando dell'occasione e incuriosito dal titolo l'ho accompagnata più che volentieri alla mostra Diversamente vivi. Zombi, vampiri, mummie, fantasmi.

Lei era accomapgnata da alcuni dei sui alunni che si sono dileguati in pochi minuti, noi abbiamo attraversato la storia del cinema horror al grido "celo, manca" come ai tempi quando si sfogliavano le figurine.
Qui sotto una foto con alcuni amici.

NihilScream

 

"… ci guida attraverso il più inquietante dei confini, quello che separa la vita da ciò che ci attende al di là." così finisce la presentazione della Mostra (che non è l'Aliena), così se si pensa alle vicende di questo periodo quel confine inquietante passa attraverso la dignità della persona, dell'essere persona.

E qui il nome Diversamente vivi assume un altro significato non è più il nome Politically Correct di una mostra di film ma un modo di testimoniare che la vita è quel fenomeno verso cui tutta la società si dovrebbe inchinare.

Questo è l'inizio di una storia vera, sembra un film horror:
"Sentiva, ascoltava ogni parola. Vedeva quanto le stava accadendo attorno. Per circa 5 mesi nessuno si è accorto che era "presente". Immobilizzata, imprigionata in un corpo privo di reazioni, ma vigile. Sola, come nessuno può esserlo. I medici pensavano fosse in stato vegetativo o di minima coscienza, comunque assente, priva di consapevolezza. Daniela, 39 anni, moglie, madre, insegnante, ha vissuto un incubo, un delirio a mente lucida."

La storia di Daniela è stata raccontata in un libro di F.Cavallari "VIVI" oltre a lei ci sono altre storie di persone in condizioni di grave infermità che circondate da affetto e da persone che li seguono vogliono vivere, vogliono essere più vivi di noi, e su questo ci sfidano nel nostro modo e senso di vivere. Mi sono commosso leggendo le prime storie, tra le ultime c'è anche una storia di amici miei non l'ho ancora letta ho come un senso di pudore  ma lo farò.

Dice Fabio "Ciò che per i sani è scontato e quasi inconsapevole, per loro è un quotidiano atto di coraggio e determinazione. " sono storie di resistenza a dispetto di chi ci vuole Diversamente Morti.

VIVI

 

A Marta

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MARTA «Io amo tutto della mia vita»
12/10/2010


Una foto di Marta.

Marta, insegnante di sostegno in una scuola media, è morta venerdì scorso, a 27 anni, per un tumore. Negli ultimi mesi, costretta a letto dalla malattia, ha toccato la vita di tanti: «Attraverso il tuo sì, Dio ci ha presi per mano», come ha detto don Giuliano Renzi ai suoi funerali. Riportiamo l'omelia e uno dei dialoghi tra Marta e il padre Giorgio, nelle notti trascorse in ospedale

GIORGIO: Marta, chi è Gesù per te?
MARTA: Eccolo, smettila con i ragionamenti, smetti di ragionare. Gesù è "Io sono Tu che mi fai". La cosa più evidente è che siamo oggetto di un amore infinito, un Altro ti ha voluto e ti vuole bene. Guarda, guarda quello che hai! Vivi! Guarda la realtà tutta, non servono tanti ragionamenti, guarda, è come quando fai la piadina, hai l'impasto fra le mani.
Per essere felici occorre amare Lui più di tutto, sopra ogni cosa e questo ti fa amare tutto, più intensamente. Io amo tutto, tutto della mia vita, da quando sono nata fino ad adesso.
La vita è gioia e dolore ed è così perché l'ha fatta così Gesù, è per questo che dico sì alla mia malattia. Uno si lava, si veste bene, sceglie delle cose belle, ha cura di sé perché un Altro ha cura di lui.
Questo succede per grazia, lo devi chiedere tutti i giorni e chiedere che ti dia pace. La felicità la vivremo in Paradiso, qui possiamo chiedere che ci faccia vivere con pace.
GIORGIO: Tutte queste cose dove le hai imparate? Grazie agli amici?
MARTA: L'amico è come l'obbiettivo di una macchina fotografica, mette a fuoco, mette a fuoco, cioè ti aiuta a fare luce dove c'è il vero, ma tutto il rapporto è tuo e basta, tuo con Lui, basta, nessuno di diverso, non tu-l'amico-e-Lui, è tuo e basta, sei tu che domandi, sei tu che chiedi, sei tu che gridi, sei tu che gli chiedi: amami!
GIORGIO: E Lui ti risponde.
MARTA: Lui ti risponde nella realtà.
GIORGIO: Ad esempio, in questo caso con tutta la gente che ti si muove intorno.
MARTA: Guarda che roba, ma non solo: mi sta cambiando, sta cambiando me e intanto io aspetto la guarigione.
GIORGIO: Tutti l'aspettiamo. Preghiamo, lottiamo, domandiamo, chiediamo. Dicevi prima: «Io tengo a me perché c'è un Altro che tiene a me»? Dicevi così?
MARTA: Sì.
GIORGIO: Tutte queste cose come le hai imparate?
MARTA: Vivendo, vivendo in compagnia di amici grandi.
GIORGIO: E guardando?
MARTA: Sì, vivendo tutto appieno; ma come si fa a vivere tutto appieno? Ci vuole anche un metodo e una strada, e la strada e il metodo io l'ho imparato in università. Io Gesù l'ho incontrato in università.
GIORGIO: Be', l'avevi già incontrato prima, lì ti si è palesato di più.
MARTA: Il mio incontro io l'ho fatto in università, l'ho fatto con Francesco, e poi un fatto dietro l'altro.
GIORGIO: Bello quello che mi dici, bisogna che ne parliamo più spesso di queste cose.
MARTA: E no! È qui che dico io, non è un problema di parlare.
GIORGIO: Ma quando mi comunichi la tua esperienza a me aiuta, è un fatto quello che mi racconti.
MARTA: Però il problema non è stare al tavolino a parlare, il problema è che tu domani mattina ti alzi e vai davanti allo specchio e dici: «Io, Giorgio, sono Tu che mi fai», e tutta la giornata chiedi che Lui si faccia vedere da te, non è che ne parliamo io e te, capito? Non è quello il problema. Io Francesco in un anno quante volte l'ho visto, quante volte ci siamo messi al tavolino a parlare? Non è un problema di parlare: è il tuo rapporto personale con Gesù. In quello non ti può sostituire nessuno. 

Omelia di don Giuliano Renzi ai funerali (Rimini, 9 ottobre 2010)
Carissima Marta,
solo ieri, verso mezzogiorno, dopo la convulsa mattinata, nel tentativo di aiutare i tuoi a preparare questa celebrazione eucaristica di "adDio", nel senso letterale dell’espressione, mi sono reso conto che sei stata tu a condurci oggi fin qui, fisicamente qui. In questa chiesa di S. Maria Ausiliatrice, dove 64 anni fa, come ieri, l'8 ottobre ma del 1946, un'immensa folla dava l’"adDio" al beato Alberto Marvelli, anch’egli della tua età. E, ancora qui, a poca distanza dove c’è la scuola che ha segnato la tua crescita mentre il Mistero che è Padre, preparava alla tua vita grandi cose che non sapevi ancora; ancora: a pochi giorni dall’anniversario di don Giancarlo. Apparentemente coincidenze, ma so che nel grande Disegno del Padre sono fili sottili di una grande storia d'amore!
Così, improvvisamente, mi sono accorto di come Gesù, attraverso il tuo "sì", ci ha silenziosamente, drammaticamente, sicuramente preso per mano e ci ha condotto in tutto questo lungo periodo della tua malattia. A cominciare dai tuoi genitori, Giorgio e Elena, che per te hanno dato, letteralmente, tutto quello che umanamente era possibile, tuo fratello Giacomo e tua sorella Maria, che hanno preso in mano quest'estate la pensione Mon Pays (guarda "caso", proprio qui accanto).
Cominciando proprio da loro, gli sei diventata madre e maestra; così come per tutti noi che ci siamo uniti in una sterminata catena di preghiera, di supplica, di domanda al Padre per la tua guarigione! Eppure con il tuo "sì" siamo stati noi ad essere condotti sulla strada della guarigione, della salute, cioè a riconoscere Gesù: «Io sono Tu che mi fai» o, come dice il Vangelo che abbiamo letto, Io sono la Via, cioè la Strada: il metodo, come hai voluto ricordare a tuo babbo in quel dialogo notturno per la Verità della Vita. 
Insomma, ci hai accompagnato tutti per mano fino alle soglie del Mistero, di cui i tuoi occhioni di cielo erano sempre più il riflesso. Cioè, il riflesso di Colui a cui guardavi e che ora vedi faccia a faccia! Compiendosi così quel desiderio di felicità, di pienezza, fiorito nel tuo cuore e che hai espresso così intensamente e consapevolmente nel dialogo con padre Aldo Trento nella vigilia del Natale dello scorso anno: «Desidero che ogni cosa mi parli di Lui. Ho bisogno che il mio cuore di pietra si converta veramente, ho bisogno di avere fiducia, di credere che quello che sto vivendo è la strada per la mia felicità. Il mio cuore scoppia per questo desiderio di essere veramente felice e di scoprire qual è il mio posto nel mondo, cosa vuole farci Dio con me. Sto aspettando il giorno di Natale, che ormai è arrivato, con la domanda di poter immedesimarmi davvero con Gesù che nasce, con Lui, e di lasciarmi amare così come sono. Abbandonandomi fra le Sue braccia senza resistere». 
Carissimi amici, attraverso il sacrificio della Marta, che immedesimandosi in Cristo «imparò l’obbedienza dalle cose che patì», Dio, nel suo misterioso Disegno (che tante volte ci appare confuso e addirittura contrario) rinnova a ciascuno di noi la sfida a metterci in gioco personalmente, a provocare il nostro "sì" a Lui, all’unico Amore che soddisfa la vita.
Don Pino mi ha pregato di leggere a tutti due righe che ha scritto:
«Se il Signore le avesse concesso di continuare il cammino sulla terra, questo essere tutta di Cristo avrebbe preso una forma visibile, una consegna totale di sé, nella certezza che ora, con i suoi grandi e bellissimi occhi, vede che il Signore è il Signore della Vita, che il Signore è tutto». 
Accettiamo con semplicità e decisione questa incursione nella nostra vita della Grazia che, attraverso il sacrificio di Marta, provoca in maniera così imponente la nostra vita e la sfida! Nulla ci separerà dall’amore di Cristo!Per questo credo che l’amicizia con la nostra amica Marta sia appena cominciata!

Il saluto di Giorgio, padre di Marta, al termine dei funerali
Non voglio fare un’altra omelia, voglio solo dire due cose perché credo che siano importanti.
Io, mia moglie e i miei figli vogliamo ringraziare tutti voi, tutte le persone che sono qui presenti oggi – non solo gli amici carissimi, i parenti, i famigliari, coloro che ci hanno conosciuto -, perché con le vostre preghiere, soprattutto con le vostre preghiere ci siete sempre stati vicini, facendoci sentire sempre abbracciati e accompagnati.
La compagnia grande del movimento, soprattutto la Fraternità, dei volti precisi in particolare, i nostri amici, ma in ogni caso tutti, ci hanno sempre accompagnato e ci hanno aiutato e ci stanno aiutando a non farci travolgere dal peso di questo dolore.
Ringraziamo il buon Dio e caro Gesù. Se oggi mi chiedi se sono felice, no! Non posso essere felice, perché io Marta l’avrei voluta qui.
Però, altrettanto posso dirti che sono certo che sono felice, perché so che Marta in questo momento Ti vede, è fra le braccia dove desiderava essere. Poi la cosa più importante: devo ringraziare Marta, perché la sua presenza così preziosa nelle nostre vite ci ha insegnato che si può vivere tutto, compresa la malattia, con letizia e senza rassegnazione, e io Ti ringrazio, Padre, perché questo periodo che ci hai dato da vivere con lei, a me, alla Elena, ma non solo, a Maria, a Giacomo, è stato bellissimo perché abbiamo fatto esperienza di come ha vissuto la sua malattia con letizia, sempre senza tristezza. Qualche sera fa Marta, in prima linea, ha chiuso così una telefonata: «Io ci sono», con una voce flebile. A quel punto io, che l’ho sempre provocata – ma le mie provocazioni sono sempre state perché io per primo ho bisogno di imparare -, le ho chiesto cosa vuol dire «io ci sono», e lei ha risposto: «Vuol dire essere sempre in prima linea. Non in ultima, ma sempre in prima: vuol dire che combatto, combatto certa del grande abbraccio, con le armi che ho, che sono i grandi amici e la preghiera».
Tu, Marta, hai sempre guardato tutto con curiosità, guardando intorno cosa c’è di bello e di vero dentro ogni circostanza, al fondo delle cose. Come dicevi tu: «Bisogna guardare al fondo, cioè Lui, c’è Lui». 
Io mi sono chiesto spesso in queste notti, in questi mesi passati con lei, cosa che non avevo fatto in precedenza: «Quid animo satis?» cioè: che cosa basta all’animo? Una cosa che avevo già detto e sentito, ma che era passata via senza peso. Poi mi sono accorto che a questa domanda nella mia vita io ho sempre risposto in modo parziale, cioè dando peso agli affetti, al lavoro, alla riuscita nelle cose e a un senso di giustizia che mi son sempre portato dentro, ma che se è staccato da Lui non vale niente. Tu, invece, ci hai insegnato con la tua vita che solo Lui può bastare; quell’"io sono Tu che mi fai", che spesso mi hai ripetuto in maniera così decisa, è diventato carne della tua esperienza quotidiana.
Aiutaci, adesso che Lo vedi e sei abbracciata a Lui, perché questa cosa possa diventare esperienza quotidiana anche per noi, guardando Lui in faccia. 
Signore, Ti offriamo tutto il nostro dolore per la Tua maggior gloria, per la Tua Chiesa. Ti prego, vieni Signore Gesù a darci pace.

 

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Costanzo, le tartarughe e il gusto

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A volte nell’accostare le cose che capitano nella giornata si scopre una trama per un piccolo salto di conoscenza, uno le cose le giudica subito magari poi impiega un po’ a razionalizzarle a capire perchè sono lì sotto che lavorano ancora, ma il solo fatto che mentre cammini ti ricordi di quella cosa anche stupida che hai sentito è il segno che un giudizio c’è stato e che questo non è ancora risolto, non è ancora definitivo nella tua conoscenza.

Esemplifico: ascolto l’esaltazione della Tartaruga fatta in Tv da Maurizio Costanzo, io da buon amante del genere lento mi soffermo ad ascoltare (più o meno in un intervista su Libero le aveva già dette):

Come sta trascorrendo le sue giornate di vacanza?

«In realtà sono qui al mare da soli tre giorni. Sto ultimando un libro per Mondadori. Uscirà a Natale. Si chiama “Le strategie della tartaruga”. Sa, da qualche anno colleziono tartarughe di ceramica, ne avrò un migliaio. Ho studiato questo animale, che mi affascina molto. Ci può insegnare molte cose sulla vita e sulla morte».

La tartaruga.

«Sì. Si fa i fatti propri e campa 100 anni. Di recente hanno salvato due grosse tartarughe. Prima le hanno messe nell’acquario, poi le hanno portate sulla spiaggia. Bene, una è andata a destra, l’altra a sinistra. Si sono ignorate, non hanno rapporti tra loro. Questo è il segreto. E poi hanno uno splendido rapporto con l’età: nascono già grinzose, già vecchie. Sanno come stare al mondo».

 

Tartaruga

Domenica pomeriggio faccio un salto a Golosaria, sfidando tutto quanto mi viene detto ultimamente dalla mia dottoressa, è vicino a casa e c’è un bell’incontro con autori che hanno scritto racconti sul tema "Il gusto della vita passa per una strada", tra gli altri Fabio Cavallari, che mi incuriosisce sempre per la sua visione un po’ fuori dalle righe delle cose, Paolo Massobrio il mio capitano di rotte gastronomiche con il suo fido Marco Gatti, inotre la sopresa Rita per gli splinderiani Perle Sparse un suo racconto è in questa raccolta. Rita finisce il suo intervento dicendo "Tutto qui…" lasciando immaginare che ci fosse molto altro che non osava dire.

Cito a memoria Fabio che ci ha raccontato del suo incontro con Paolo Massobrio e la sua compagnia di persone interessate al gusto della vita, raccontava della capacità che ha Paolo di trasmettere il gusto di quello che assaggiava tanto che, a Fabio, veniva fame ogni volta che finiva di leggere un suo pezzo, ma la cosa interessante è che invidiava un certo modo di stare insieme che intravedeva in quella compagnia (cum-panis e non solo 😉 ) che si era formata attorno a Paolo, anzi diceva "che voleva quella compagnia per se".  Com’è lontano il mondo corrazzato e individualista della tartaruga!

E com’è più buono questo.

Lo ammetto poi sono andato a fare "spesa":
due tome provenienti da CAREZZANO (Al): una chiamata Formaggio Patafisico, nato dall’unione di due formaggi, uno di capra e uno di pecora fatti contemporaneamente da due cagliate crude e messi nello stesso stampo. Una volta saldati, si ha un unico formaggio con la crosta fiorita, fine, profumato, e ricco di note derivate dalla fusione dei sapori e degli aromi delle due paste e l’altra affinata con aromi naturali (Nocino) con retrogusto al caffè e cioccolato (provare per credere),

il Salampatata che ho spalmato poi su crostini caldi e dei baci morbidi di nocciole e cacao ricoperti con cioccolato extrafondente chiamti "Nerissimo" il pesto di Imperia era finito e mi rimarrà come desiderio.

Europa – vi aspetto

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Domenica 31 mi sono incontrato con il mio candidato preferito (vedi a lato sulla dx) che vi devo dire, gran bel tipo, non ha scansato nessuna domanda ed è stato portato via quasi a forza perchè aveva un altro incontro, altrimenti sarebbe rimasto a discutere con noi.
Gli abbiamo fatto vedere alcune delle nostre Opere: il Centro di Solidarietà che si occupa del lavoro e della formazione, il Banco di Solidarietà che assiste più di 300 persone, le Famiglie per l’Accoglienza che si occupano di affido e adozione.

E sono andato via chiedendomi "Che cosa conta per me?".

Sagrada soffitto
La Sagrada Familia soffitto

Da Il Sussidiario – Che cosa conta per te? di Mario Mauro

È la domanda che più frequentemente ho rivolto alle persone che ho incontrato sul mio cammino. Questo è anche l’interrogativo che ho posto in primo luogo a me stesso di fronte all’ormai imminente appuntamento elettorale del 6 e 7 giugno. La risposta è stata sempre la stessa: dare forma all’Europa che abbiamo nel cuore. L’Europa ha un’appartenenza. È il frutto del progetto dei padri fondatori Adenauer, De Gasperi e Schumann ed è il luogo in cui ognuno di noi è chiamato a esprimere se stesso e a dare il proprio contributo per il bene comune.

Nel mio impegno istituzionale mi sono reso conto sempre di più che lo scopo del mio lavoro è legato al compimento della mia umanità e alle sue esigenze, prima ancora che agli esiti delle iniziative politiche. È per questo motivo che nell’ultima legislatura per più di trecento volte ho preso iniziativa e ho garantito la mia presenza nell’ambito del mio impegno politico. Perché credo che rappresentare gli interessi e la volontà del popolo significa “esserci” davvero e fare di tutto per migliorare le cose. leggi tutto

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