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Ionesco 106

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Buon compleanno Eugène Ionesco!

Fa effetto rileggere le parole sentite 28 anni fa da Eugéne, e riferirle ai nostri giorni inquieti:

“Non poter concepire un mondo senza limiti, non poter immaginare l’infinito, è questa la nostra infermità di fondo. Non sappiamo neppure quello che facciamo. Ci fanno fare delle cose che non capiamo, di cui non siamo responsabili. Per un’intelligenza superiore noi siamo come quelle ridicole bestie feroci dei circo, a cui fanno fare gesti comandati di cui non possono capire il significato. Ci si diverte alle nostre spalle, siamo il giocattolo di qualcun altro. Se, almeno, potessimo sapere. Siamo immersi nell’ignoranza, facciamo altro rispetto a quello che crediamo di fare, non siamo i padroni di noi stessi. Tutto sfugge al nostro controllo. Facciamo la rivoluzione per instaurare la giustizia e la libertà. E alla fine instauriamo l’ingiustizia e la tirannia. Siamo vittime di inganno. Tutto si rivolta contro di noi. lo non so se tutto questo abbia un senso, se il mondo sia o non sia assurdo, ma per noi è assurdo, perché noi siamo assurdi e viviamo nell’assurdo. ”

“In queste condizioni, un uomo che io chiamo cosciente, un uomo che ha presente queste verità elementari, può accettare di vivere? Ho un amico, filosofo della disperazione, tutt’altro che insensibile, che vive a suo agio nel pessimismo. Parla molto, parla bene, è allegro. Dice: “L’uomo moderno si arrabatta nell’incurabile”. ”

“Forse, una sola via di uscita. E’ ancora la contemplazione, la meraviglia dinanzi al fatto esistenziale, come dicevo prima. Ma è anche questo un modo di essere al di là del bene e del male. So che è difficile vivere nello stupore quando si è al bagno penale, quando le mitragliatrici vi sparano contro o, basta pur poco, quando si ha mal di denti. Viviamo però nello stupore, per quanto ci è possibile. La ricchezza della creazione è infinita.”

“E credo che fra tutte queste ragioni, le due ragioni più forti di scrivere siano proprio queste; far condividere agli altri lo stupore di esistere, il miracolo del mondo e far sentire il nostro grido di angoscia a Dio e agli uomini, far sapere che noi siamo esistiti. Tutto il resto è secondario. L’arte è allo stesso tempo umana e inumana. Esprime la domanda, la tristezza e la gioia dell’uomo, e in questo è umana. Ma le domande, la tristezza e la gioia costituiscono soltanto i materiali con cui si costruisce una specie di edificio. Bisogna che l’edificio stia in piedi. E perché l’edificio resista attraverso i tempi, bisogna che esso sia espressione del proprio tempo, e oltre il tempo, che esprima l’extratemporale, il permanente.”

 

 

Meeting 2015 – 4 La bellezza più grande

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Si potevo finire con il post prececoroCETdente, ma c’è quel “voglio tutto”, c’è che la bellezza da spettatore dei Monaci finisce, c’è che i cristiani perseguitati ci parlano delle loro sofferenze e della loro fede così diversa dalla nostra, c’è quel grande personaggio che aiuta i pazzi in Africa, gente che nessuno vuole ma che è stata voluta al mondo come me.

C’è ancora quella mancanza, è con quest’animo che vado a vedere la mostra sui Canti Alpini del coro CET, ti fanno passare prima di ogni altra spiegazione attraverso la ricostruzione di una trincea, per capire cosa fosse la prima guerra occorre passarci attraverso, immaginarsi i morti, il dolore, la vita che facevano in quei pochi metri di spazio, attraversare la loro paura.

Poi questi ragazzi raccontano che sono andati dal più grande coro alpino italiano per imparare, gli dicono della loro passione e che hanno incontrato una bellezza più grande e la vogliono comunicare con questi canti, che non solo fanno commuovere ma fanno muovere anche qualcosa di più profondo. Come dicono loro:

Questa esperienza, propria di qualsiasi popolo che canta, è la stessa che si ripete oggi per chi come noi prova a servire il repertorio alpino e la sua bellezza (segno piccolo ma autentico della Bellezza che riempie il cuore).
I canti sono il racconto della capacità di affrontare avvenimenti anche di gran lunga superiori alle forze di singoli e gruppi (come nell’esperienza della guerra), senza che questi possano ridurre o sopraffare il cuore di chi li vive. Nei canti, anche i più tristi e drammatici, non vi è traccia di recriminazione e di disperazione ma anzi un chiaro senso di compassione e di speranza. La violenza della tecnica, come fosse in grado di annullare l’umano, non è mai il vero tema.Anzi è vero il contrario e cioè che al centro è l’uomo in grado di desiderare, di amare, di offrire, fino a, anche inconsapevolmente, pregare (cf. Monte Canino, Ai preât, In cil e je une stele,…), certo di un’origine e di un destino più grandi.

Il canto “Il testamento del capitano” che mi ha sempre colpito, da ragazzo come oggi, pare sia stato composto nel 1528 ad Aversa, il paese di mio padre, ancora un collegamento il padre.

E dal Padre viene la bellezza più grande, quella dell’inizio e della fine..

 

Meeting 2015 – 3 La bellezza

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habukawa

A volte è difficile scegliere e la scelta che si fa non è fatta su grandi motivazioni, tra due incontri in contemporanea vado dal più comodo e a quello a cui sono affezionato.
Da quando vado al meeting sono sempre andato agli incontri dei monaci Buddisti Shingon del Monte Koya, l’accoglienza che hanno da sempre fatto al popolo del Meeting non ha eguali. Alle 15 loro pregano, e quest’anno in questa preghiera è stato pensato un evento in cui i loro canti, le loro preghiere, si alternavano a canti della tradizione ebraico-cristiana eseguiti dal Coro “Millennium” diretto da Guya Valmaggi, eravamo in tanti nel salone grande.
All’inizio introducono spiegando che la nostalgia è questa mancanza che il Mistero mette nel cuore dell’uomo e che una delle più grandi espressioni di questa nostalgia, come dissero a Giussani, l’hanno trovata nella canzone napoletana in particolare in quel “Torna a Surriento” che canta lo struggimento del distacco.

Dunque quest’uomo il maestro Shodo Habukawa quasi trent’anni fa incontra un prete cattolico che gli fa visita, si incontrano e da quel momento non si lasciano, neanche con la morte di uno dei due, solo a pensarla questa fedeltà commuove, e solo a pensarla mi fa guardare con un occhio più buono la gente che ho intorno.

La preghiera è introdotta dal suono di un campanello che ha la funzione di rompere i pensieri e di concentrarsi sulla presenza del Mistero, seguono gli intensi canti Shōmyō dei monaci e gli altrettanti intensi canti del coro, fino alla compenetrazione dei due in un “Polorum Regina”, è impossibile per la maggior parte delle persone non commuoversi, alla fine viene regalato ai monaci l’esecuzione di “Torna a Surriento” e di “Mandulinata a Napule” e l’ombra del padre, in questo caso il mio napoletano, continua ad accompagnarmi in questo Meeting.

Il maestro Shodo Habukawa è stato in ginocchio tutto il tempo segno di una fedeltà anche fisica al Mistero, e la sua serenità era il perno della bellezza di questo incontro col quel Mistero che fa tutte le cose.

«L’amicizia con loro è un esempio solare di ecumenismo reale. Un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Questa apertura fa trovare a casa propria presso chiunque conservi un brandello di verità, a proprio agio ovunque…». qui

«Quando tutte le cose che hanno una voce in questo mondo la fanno risuonare insieme, mantenendo ciascuna le sue caratteristiche pur fondendosi in un unico suono, esso è quanto vi sia più vicino alla voce del Buddha»

Che differenza c’è tra la mancanza e il vuoto, invece?
Il vuoto è tutto diverso. Non ha nessuna capacità di apertura a un’altra cosa. Non ha niente. E se è senza niente vuol dire che uno ha bisogno di riempirlo con altro che gli dia una ragione per vivere. La mancanza, invece, è qualcosa a cui siamo costantemente richiamati. A volte vuoto e mancanza possono essere simili. La questione è capire se questa mancanza non è vuoto ma Qualcuno che mi sta chiamando, Qualcuno di cui ho nostalgia, o se è soltanto un vuoto senza fondo, oscuro, in cui non so che cosa fare, in cui devo cercare in qualsiasi modo di distrarmi o di riempirlo con altre cose perché altrimenti non lo sopporto. Invece, la nostalgia è già piena di una presenza. J.C.

qui sotto uno dei canti ascoltati.

la foto è di Giacomo Bellavista

Meeting 2015 – 2 si ricomincia, da questo stupore

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«Di chMeeting15e è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?»

E me lo domandavo anch’io girando tra mostre e padiglioni, guardando la gente, quelli della mia età un po’ disincantati, i giovani con una grande voglia di vivere l’incontro della vita.

Ma c’era indubbiamente una mancanza, quella che ci ha fatto incontrare, che ci ha messi insieme.

Riverberava come un eco, ma facevo fatica a metterla a fuoco.

Il voglio tutto di Marta è stato un primo impatto, dopo pochi minuti dal mio arrivo a Rimini.

Conoscevo lei e conosco i genitori, non potevo mancare alla presentazione del libro con i suoi scritti, cominciamo bene pensai mentre ascoltavo parlare il padre.

Qualcosa si aprì poi in qualche spunto del dialogo tra Carron e e l’ebreo Joseph Weiler,su Abramo, sopratutto quando un incertezza di Wailer dopo l’ascolto di un brano di musica da lo spunto a Carron a dire “è da qui che si ricomincia, da questo stupore”, un incertezza che diventa una cosa da osservare e da valorizzare perché in quel momento non è il tuo discorso ma un altra cosa che ti ferma, ti stringe e ti riempe il cuore (lo potete vedere su youtube al minuto 54:49”).

Come lo stupore di vedere, all’interno di una foto di quell’incontro, una croce su un riflesso del sole.

L’uomo riconosce la verità di se attraverso l’esperienza della bellezza” LG

Meeting 2015 – 1. Abramo

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Volevo scrivere qualcosa di quello che ho vissuto al Meeting 2015, ma avrei scritto un post molto lungo e complicato, lo divido e cercherò di semplificarlo.

Non posso che partire da Abramo dall’ultimo pannello della mostra principale, ho letto molti commenti su questo Meeting, molte opinioni e poche esperienze, molte critiche da fuori e molto fuoco amico (tanti ormai scrivono), io non ne so più di loro ma ho vissuto qualcosa di particolare quest’anno, lo voglio condividere.

Parto quindi da uno scritto che da la chiave di lettura di tutto questo evento:

Siamo quasi nella stessa confusione di quando la storia è cominciata con Abramo: le cose più evidenti in un certo momento non sono più evidenti. Questa è la situazione storica in cui noi siamo chiamati a vivere la fede.

Noi proviamo subito la tentazione di fermare questo crollo delle evidenze con una più efficace strategia di potere che possa arginarne le conseguenze. In realtà è un tentativo senza futuro perché chi dovrebbe sostenere le evidenze è un io ormai smarrito. D’altra parte corriamo il rischio di censurare o addirittura cancellare nella loro radice i desideri di compimento che si nascondono nei più svariati tentativi, talvolta confusi, di raggiungere la pienezza. Al posto di mettere davanti agli uomini una presenza che attiri tutto il desiderio, come faceva Gesù, abbiamo la tentazione di vietare le strade “sbagliate”, come se il desiderio si mettesse a posto da solo una volta che gli si chiudono quelle strade. Come se il desiderio non ci fosse stato dato per cercare la felicità.

Ma Dio cosa fa? A noi sembra che, se crolla tutto un mondo di evidenze, crolli anche la civiltà cristiana e che la certezza della fede venga meno. Tante volte abbiamo l’impressione che fermare quel processo potrebbe sostenere l’evidenza della nostra fede. Ma è questa la strada che ha intrapreso il Mistero nella storia?

A noi, invece, questo metodo sembra assurdo: per salvare il mondo, come prima mossa Dio chiama Abramo, un politeista mesopotamico nelle periferie dell’impero…

Quando ha scelto Abramo, Dio non ha messo a posto tutta la realtà e la storia. Ha cominciato a generare un io, a dare consistenza a quell’io, fino al punto che con Abramo possiamo parlare della “nascita dell’io”. Infatti, l’io si costituisce soltanto davanti a una Presenza che lo chiama, che lo attira, che lo risveglia dal torpore in cui tante volte cade.

E questo non vuol dire che allora tutto intorno ad Abramo sia cambiato all’improvviso. No, è cambiato Abramo. E a volte anche Abramo si scandalizzava di chi aveva intorno: “Ma voi perché siete così?”… “Ma è proprio perché siamo così che Dio ha dato a te, Abramo la grazia; è perché siamo così scombinati ciechi e pigri, è perché tutto intorno a noi è buio, che Dio ha incominciato a dare la grazia a te, per renderti consistente, per incominciare a generare un luogo dove il buio possa essere vinto, dove il nichilismo possa essere vinto”.

E’ molto coraggioso e sorprendente il fatto che il Mistero per cambiare il mondo scelga Abramo, che per cambiare il mondo scelga un io. Ma questo metodo è folle, o è invece il più realista che ci sia (più delle nostre immagini e delle nostre teorie)? Noi sappiamo cosa è nato dalla scelta di Abramo. Invece, dai nostri progetti, cosa nasce?

Dire “si” a Colui che ci chiama è, di fatto, il contributo più grande al mondo.

Chi cerca trova

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Sono tornato da Meeting di Rimini 2011, con una conferma, un intuizione e un richiamo.
Cosa cercavo?
Cosa cercavano tutte quelle persone che affollavano la fiera, che si spingevano per entrare a sentire un incontro o a vedere uno spettacolo?
Cosa vedevano in certe persone che parlavano dal palco?

Che forza ha un cuore che cerca?

MeetingCL2011_1024Tra molti anni vedendo questa foto invecchiata mi ricordero cosa cercavo?

(Anche nella foto chi cerca trova… e se ci clikki diventa grande)

Una Rosa da seguire

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La conoscenza è sempre un avvenimento 2

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«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società» GPII a D. Giussani

Enzo, sono andato a sentirlo a Rimini, mi attendevo una canzone che per me è capolavoro, ma non l’ha fatta, eppure era in tema ma forse Enzo non ci ha badato tutto preso dalla scaletta e da altri problemi liquidi che chi c’era sa. .
Mi ricordo che dopo il successo di "Vengo anch’io, no tu no" noi piccoli lombardi si apettava con curiosità la canzone successiva, avremmo voluto continuare con l’allegria del "No tu no", ma Enzo ci spiazzò tutti con la canzone "Gli Zingari", si presentò con quella canzone a una gara canora, rimasi incantato: un lampo feci fatica a risentirla, non si cantava, non era popolare e per radio non passava, mi rimase nel cuore, e anni dopo la capii ancora meglio, Enzo non ebbe successo come con la precedente, anzi credo perse subito. Ma quest’immagine del mare che si commuove per il "muto guerdare" e si arrossa come il sangue per rispondere a quella muta domanda piena di stupore fa "star male" e uno dice non è possibile, non posso guardare i loro occhi.
Seguendo le cronache di questi giorni, ci si sente come gli Zingari, senza patria, nomadi, che quando si trova un posto dove stare è già ora di partire, gli Zingari che quando li incontri sul pullman uno pensa al proprio portafoglio, alle sue cose che potrebbe perdere, mentre davanti hai una persona, strana, che testimonia un’altra modo di vivere, senza tutte le nostre sicurezze, e in certi casi con un volto che tradisce una fierezza inusuale.
E il vecchio, il mare "parlò ma non disse di stragi, di morti, di incendi, di guerra, d’amore, di bene e di male, non disse lui li ringraziò solo tutti di quel loro muto guardare."

 

 Da un poeta zingaro:

I quattro chiodi

Dice la leggenda:
Quattro chiodi erano forgiati
per far morire il Redentore.

Li vide una figlia del vento
che valicava il colle
nel suo andare per le strade del mondo.

Uno appena ne sottrasse,
che il soldato non s’accorse.

E Lui così fu crocifisso,
con tre chiodi soltanto.

Il quarto chiodo accomunò il dolore
dei Sinti al Redentore.

Dice la leggenda.

La conoscenza è sempre un avvenimento

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Due quesiti che riguardano come ho vissuto questo periodo mi sono stati posti alla fine delle ferie:
1) Quali domande ha suscitato il lavoro su di te?
2) Che esperienza hai fatto della presenza di Cristo nella tua vita?
(Non risponderò mica adesso…)

Mmm mi sono detto – si ricomincia – e nello stesso tempo – si può ricominciare solo qualcosa che si è messa da parte, finita, terminata, ma non è così per me, non si può terminare di conoscere, di scoprire l’avvenimento della vita, per questo non si ricomincia, si va avanti, si cammina, al massimo si riparte dopo una sosta.

Sono tornato da un posto in cui l’avvenimento, le cose inusuali, gli incontri nuovi e imprevisti sono la norma, dove si allargano i confini della ragione magari partecipando ad un incontro con una persona vista solo in televisione e che si mostra davanti a tutti con le sue domande ultime e la sua voglia di mettersi in gioco, dove si allargano i confini dell’affezione incontrando persone per la prima volta o dopo diverso tempo, dove si vedono i testimoni che ti ridicono che sei sulla strada giusta.

Non sono stato fisicamente bene in questi giorni, ma il bene intorno a me c’era è innegabile, la gente, la grande quantità di gente attirata in quel posto per vedere e sentirsi ridire questo bene, è stato il vero spettacolo, il cuore di questa gente che desidera e cerca, che si muove per trovare, che trova. La gente che chiede, che domanda, che è accompagnata nel suo cammino umano. Che cammina con me. Che è il volto del Bene.

Meeting 2009

A chi non è voluto venire, a chi considera questo posto una vetrina solo per politici con cui non vuole immischiarsi, a chi in pratica dice “non è possibile” lascio questa poesia di un poeta russo emigrato dopo la rivoluzione, dove la parola “bene” comunque fa capolino anche tra il ghiaccio, perché il bene non si può eliminare e “più nero non è dato”.
Vorrei anche per loro un avvenimento, soprattutto in questi giorni, in cui si “gioca” con il fango. Altrimenti…

Bene che non c’è lo Zar,
bene che non c’è la Russia,
bene che Dio non c’è!

Soltanto un tramonto giallo,
soltanto le gelide stelle,
soltanto milioni di anni.

Bene che non c’è nessuno,
bene che non c’è nulla,
così nero e così morto,
che più morto non si può
e più nero non è dato,

che nessun ci aiuterà,
e un aiuto non ci serve.

Georgij Ivanov (1931)

Meeting e dintorni

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Si ritorna dalle ferie e si è già lì, tra le cose che avvengono e che ti lasciano il segno, le belle facce che hai già visto al Meeting e che ritrovi a messa più lieti, l’Sms della collega che con gioia ti annuncia l’arrivo del terzo figlio, il rosario per la morte della mamma di un amica, una lunga agonia per un abbraccio al Signore.
E siamo ancora lì a domandare, a chiedere alla Madonna, che nonostante tutto ci lasci quello sguardo da bambini sul mondo, per accettare e stupirsi della vita, lo sguardo che un mio amico frate ha documentato questa estate in Mozambico con questa bella foto, li ci sone delle suore che stanno facendo crescere l’amore per Gesù tra quella gente, come qua, si parte da un bisogno contingente per capire che il bisogno più grande è quello a cui può rispondere Gesù con la sua compagnia, e si rimane con gli occhi spalancati.

MozambicoLa tentazione del sopracciglio
Ecco, c’è una tentazione. Finisce il Meeting, tornano i cartellini da timbrare, i frigo da riempire, i banchi su cui appoggiare i libri. E lì, in agguato, il sopracciglio alzato, a dire che in fondo sì, protagonisti per una settimana va bene, tutto molto bello, ma poi è subito tran-tran. E che di padre Aldo, dell’abbraccio tra Vicky e don Carrón , dei galeotti con la faccia buona e il cuore grande, di Sylvie Menard, di Rose e di tutto il resto, può al massimo restare un bel ricordo, capace di infilarsi come pensiero buono alla fine di una giornata un po’ più complicata delle altre.
Eppure, non basta. Anzi, fosse così sarebbe pure peggio: come una possibilità di bene intravisto e subito negato, gustato con la punta della lingua e mai davvero assaporato, perché mancano le condizioni, i luoghi, certe persone, il contesto. Cosa vince questa tentazione? Cosa permette di spaccare il dualismo tra l’attraversamento ossequioso dello squallore della propria sopravvivenza quotidiana e quella che Gaber definiva l’intenzione del volo, ormai ridotta a sogno rattrappito? Non è sufficiente neppure l’incontro in sé, per quanto bello, perché a tradursi in rimpianto ci può mettere meno di una giornata. Serve una compagnia che sorregga l’uomo. Serve, prima ancora, la  consapevolezza che l’io non è – nella sua radice – solo.
(dall’ultimo quotidiano Meeting 30.08.08)

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