Ho letto un libro che mi ha fatto fare alcune riflessioni per cui oso farne una recensione, anche se un po’ atipica.

Il libro l’ho avuto da una mia collega: è scritto da una suo parente, e questo fatto mi ha fatto rivivere i momenti in cui mio padre era entusiasta dei suoi libri appena pubblicati e li diffondeva ad amici e conoscenti, non è mai stato famoso ma ancora c’è chi li legge.

Riguardo all’autore:

Notizie biografiche le trovate tranquillamente in rete scrivendo il suo nome: Demetrio Verbaro.

Non lo conosco direttamente, ma conosco attraverso il libro l’amore per la sua famiglia e la sua terra.

La storia:

Si svolge in un istituto psichiatrico, un ambiente fuori dalla realtà comune, lontano dalle battaglie quotidiane di cui comunque il libro è attraversato.

I personaggi principali nella prima parte malati e non, si presentano e con un buon gioco letterario come un ouverture veniamo a conoscere le loro storie crude che non si sono risolte.

La prima, secondo me la migliore, narra di un incontro inaspettato con una persona: un certo Pasquale che piano piano diventa amico di chi racconta. Pasquale, anche dal nome sembra un allegoria di Cristo, fa scoprire al protagonista chi è, che cosa è la vita e quanto questa vale. Viene in mente “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.”1. E fare questo oggi è da pazzi appunto.

Verso la metà un cambio di prospettiva fa accelerare il ritmo e il coinvolgimento aumenta, si rimane incollati alle pagine, per cui dal punto letterario mi sembra un lavoro ben riuscito.

Non racconto di più per rispetto di chi lo vorrà leggere.  [a questo proposito per qualche giorno si può scaricare l’ebook gratuitamente da Amazon.]

Il giudizio:

Qui invece qualche pezzo dovrò inserirlo, per cui chi non vuole sapere della trama si fermi.

Stiamo parlando di un libro che narra di pazzi, per cui il mio giudizio è libero dal seguire una logica ferrea, in fondo può essere sempre contraddetto dicendo “ma stiamo parlando di matti…”.

Tutto il bello del libro è riassunto qui, nella riflessione di Mimì:

“Non era capace di spiegarsi per quale motivo, pur avendo giovinezza e bellezza, non riuscisse a essere felice, se non per pochi attimi, momenti, brandelli di gioia, che un infernale sogno portava subito via”

è la conclusione a cui chiunque arriva se autenticamente e con lealtà affonda lo sguardo su qualsiasi problema che la realtà gli pone davanti, questa felicità sempre ricercata e mai raggiunta se non per brevi attimi, momenti che ridestano il desiderio ma non lo estinguono.

Questi attimi possono essere o una maledizione o un apertura al Mistero, una porta alla pazzia o un occasione per capire, per partecipare di quel Mistero di cui sono fatte le cose.

Nella maggioranza dei casi però si usa la tecnica dei manicomi: questi attimi si sedano, si riducono, perché non portino il loro effetto, in fondo sappiamo che ci toglierebbero dalle nostre le sicurezze, da quel poco che abbiamo, da quello a cui siamo attaccati.

Più avanti, nel libro succede altro, un evento imprevisto che mette in discussione quelle sicurezze che il protagonista aveva raccolto fino ad allora, la decisione è presa in un attimo e le sofferenze si sono create. Carlo ferito volge a Dio una preghiera, che però risulta monca, inutile, che quando l’ho letta mi ha irritato (in fondo Carlo poteva decidere diversamente):

“Carlo trascorse insonne il resto della notte, pregando Dio di aiutarlo, di mostrargli quale fosse la strada giusta da percorrere, le scelte da fare, affinché le persone che amava soffrissero il meno possibile.”

Irritante ma in fondo è la preghiera nostra, perché in fondo anche noi non sappiamo neanche cosa chiedere, ci fermiamo al «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”», non fare soffrire chi amo, non farmi vedere la loro sofferenza. Togliamo la croce, togliamo quello che compie la preghiera: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua volontà»2.

Come su una sentiero in montagna, si può pregare che la stanchezza finisca, ma se si vuole arrivare, si segue la guida, che conosce la strada e le nostre forze. Se chiedi non sai che risposta ti può arrivare, ti fidi della persona a cui chiedi, ti fidi che abbia la forza che tu non hai.

Un altro punto mi ha fatto pensare, un buonismo latente, un politicamente corretto, che ben si evidenzia qui:

“Gli amici risero insieme. Erano felici. Bart era gay, Mimì andava con le prostitute, Leonardo vedeva persone inesistenti, ma nessuno giudicava gli altri. Ognuno aspirava alla migliore versione possibile di sé, senza inseguire un modello a cui era impossibile aderire. Si volevano davvero bene. Era l’unica cosa che contava. Leonardo concentrò la sua attenzione su Vera. La guardò dritta negli occhi e la trovò bellissima”.

C’è un giudizio in queste frasi che contraddice il “nessuno giudicava gli altri”, un giudizio: “un modello a cui era impossibile aderire” che è figlio della riduzione del desiderio, ci si accontenta, si crea un patto in cui ognuno è contento perché soffoca il cuore, che quel modello impossibile brama, in effetti lo sguardo si sposta da quella amicizia anestetizzata a Vera (anche qui il nome non credo sia a caso) e lì ritrova l’ideale di bellezza che cercava. Lo fa in maniera non esplicita, e qui forse il limite del libro, perché questo ideale deve comunque trovare il suo sbocco, è il cuore che lo reclama. Ma questo ideale viene a noi spesso imprevisto, come un incontro.

A questo punto viene in mente un mio post di una paio di anni fa in cui finivo con questa citazione di Paul Harding, 2012:

“Siamo fiduciosi e ci eccitiamo alla prospettiva di quale bellezza i nostri prossimi, inefficaci tentativi riporteranno in questo mondo, abbiamo fiducia nel fatto che i nostri amici e vicini di casa riconosceranno in loro i nostri desideri frustrati, riconosceranno non tanto la mancanza di perfezione, o il fatto scontato che non abbiamo tutto, ma la grande fortuna di avere così tanto, e che questi tentativi di raggiungere la perfezione sono perfetti gesti di devozione reciproca, perfetti gesti di amicizia, perfetti gesti di amore.”

Se l’autore leggerà mai queste righe non me ne voglia, sul libro come ho già scritto ho un giudizio positivo, aspetto il secondo.

1 Gv 15, 13

2 Lc 22,42