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Regalo di Natale

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Ho letto qualche settimana fa sul sito che riportava i lavori del III convegno dei movimenti ecclesiali (www.laici.va) il testo del discorso di Fabrice Hadjadj del 20 Novembre 2014, mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di tradurlo, è un discorso a 360° sul mondo che ci circonda in rapporto alla missione della Chiesa, un testo molto importante per chi come me è presente su Internet.

Vi regalo per il Natale la traduzione.

La troverete premendo il bottone qui sopra, vicino alla Home, in fondo al testo c’è anche il link al pdf.

Qui allego un anticipo per stuzzicarvi un po’ a leggere il resto.

[…]

Quando voi aderite a un Partito, voi aderite inizialmente a una dottrina o a un gruppo, quindi voi fate propaganda, tentate di riunire il maggior numero di persone e di trasformare il mondo secondo i valori del vostro gruppo. E’ secondo questo modello che si è potuto concepire l’espansione della Chiesa, perché è il modello per tutte le imprese a pretesa universale: una parte vuole trasformare il tutto, e alcuni direbbero che è come un cancro che sviluppa le sue metastasi, e altri che è come una turbina che elettrifica la città.

L’unico problema è che questo modello è mondano. Fa della missione della Chiesa qualcosa che non è solo nel mondo, ma del mondo. Spinge a credere che l’evangelizzazione avviene principalmente attraverso il recupero dei mezzi mondani, scambiando la Coca-Cola con Gesù Cristo.

È come qualsiasi altra attività, ma con un passo indietro, poiché, i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Luca 16 ,8). Poco importa. Troverete sempre un professore di teologia pastorale che vi spiegherà che: “Se oggi San Paolo fosse vivo, senza dubbio userebbe Internet e Facebook per diffondere il suo messaggio.” Bene. Ma questo è l’essenziale? Il Vangelo è d’altronde un “messaggio” da comunicare? Prima di affrontare la sfida dei segni dei tempi, vorrei soffermarmi un po’ su questa domanda, e vedere in che cosa la missione del cristiano non è una semplice propaganda militante. Riporterò qui 5 punti di differenza radicale.

1° Rivolgersi a Cristo è anzitutto girarsi verso qualcuno; aderire a un Partito è aderire a qualcosa. Qualcosa, una dottrina, un messaggio, quello che si può comprendere. Ma non possiamo mai comprendere appieno qualcuno, anche se è solo una persona umana. Pertanto, la parola cristiana non consiste anzitutto nel dire qualcosa di qualcosa, ma dire di qualcuno a qualcuno. È chiamare ed essere chiamato, con un nome proprio, prima di spiegare o di imporre, con dei nomi comuni.

È un Seguimi, prima di essere un ecco ciò che sei, o ecco cosa dovremmo fare. Certamente questo è il motivo per il quale le prostitute entreranno prima dei farisei nel Regno. Almeno, le prostitute dicono: Seguimi, mentre gli scribi e i dottori dicono semplicemente: “Questa è la legge alla quale ti devi sottomettere.” La legge è necessaria, ma non è sufficiente, non è prima, perché è impersonale, mentre la chiamata è personale.

Possiamo già dedurre che l’evangelizzazione non parte inizialmente dalla comunicazione, ma dalla comunione. Si comunica qualcosa, ma la comunione è con qualcuno. Cristo non è un marchio di cui fare pubblicità. È una persona che ci viene incontro, con tutto l’inaspettato, tutto l’incontrollabile di qualsiasi incontro.

Resto a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul mio blog non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il carico della formica

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Ho letto un libro che mi ha fatto fare alcune riflessioni per cui oso farne una recensione, anche se un po’ atipica.

Il libro l’ho avuto da una mia collega: è scritto da una suo parente, e questo fatto mi ha fatto rivivere i momenti in cui mio padre era entusiasta dei suoi libri appena pubblicati e li diffondeva ad amici e conoscenti, non è mai stato famoso ma ancora c’è chi li legge.

Riguardo all’autore:

Notizie biografiche le trovate tranquillamente in rete scrivendo il suo nome: Demetrio Verbaro.

Non lo conosco direttamente, ma conosco attraverso il libro l’amore per la sua famiglia e la sua terra.

La storia:

Si svolge in un istituto psichiatrico, un ambiente fuori dalla realtà comune, lontano dalle battaglie quotidiane di cui comunque il libro è attraversato.

I personaggi principali nella prima parte malati e non, si presentano e con un buon gioco letterario come un ouverture veniamo a conoscere le loro storie crude che non si sono risolte.

La prima, secondo me la migliore, narra di un incontro inaspettato con una persona: un certo Pasquale che piano piano diventa amico di chi racconta. Pasquale, anche dal nome sembra un allegoria di Cristo, fa scoprire al protagonista chi è, che cosa è la vita e quanto questa vale. Viene in mente “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.”1. E fare questo oggi è da pazzi appunto.

Verso la metà un cambio di prospettiva fa accelerare il ritmo e il coinvolgimento aumenta, si rimane incollati alle pagine, per cui dal punto letterario mi sembra un lavoro ben riuscito.

Non racconto di più per rispetto di chi lo vorrà leggere.  [a questo proposito per qualche giorno si può scaricare l’ebook gratuitamente da Amazon.]

Il giudizio:

Qui invece qualche pezzo dovrò inserirlo, per cui chi non vuole sapere della trama si fermi.

Stiamo parlando di un libro che narra di pazzi, per cui il mio giudizio è libero dal seguire una logica ferrea, in fondo può essere sempre contraddetto dicendo “ma stiamo parlando di matti…”.

Tutto il bello del libro è riassunto qui, nella riflessione di Mimì:

“Non era capace di spiegarsi per quale motivo, pur avendo giovinezza e bellezza, non riuscisse a essere felice, se non per pochi attimi, momenti, brandelli di gioia, che un infernale sogno portava subito via”

è la conclusione a cui chiunque arriva se autenticamente e con lealtà affonda lo sguardo su qualsiasi problema che la realtà gli pone davanti, questa felicità sempre ricercata e mai raggiunta se non per brevi attimi, momenti che ridestano il desiderio ma non lo estinguono.

Questi attimi possono essere o una maledizione o un apertura al Mistero, una porta alla pazzia o un occasione per capire, per partecipare di quel Mistero di cui sono fatte le cose.

Nella maggioranza dei casi però si usa la tecnica dei manicomi: questi attimi si sedano, si riducono, perché non portino il loro effetto, in fondo sappiamo che ci toglierebbero dalle nostre le sicurezze, da quel poco che abbiamo, da quello a cui siamo attaccati.

Più avanti, nel libro succede altro, un evento imprevisto che mette in discussione quelle sicurezze che il protagonista aveva raccolto fino ad allora, la decisione è presa in un attimo e le sofferenze si sono create. Carlo ferito volge a Dio una preghiera, che però risulta monca, inutile, che quando l’ho letta mi ha irritato (in fondo Carlo poteva decidere diversamente):

“Carlo trascorse insonne il resto della notte, pregando Dio di aiutarlo, di mostrargli quale fosse la strada giusta da percorrere, le scelte da fare, affinché le persone che amava soffrissero il meno possibile.”

Irritante ma in fondo è la preghiera nostra, perché in fondo anche noi non sappiamo neanche cosa chiedere, ci fermiamo al «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”», non fare soffrire chi amo, non farmi vedere la loro sofferenza. Togliamo la croce, togliamo quello che compie la preghiera: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua volontà»2.

Come su una sentiero in montagna, si può pregare che la stanchezza finisca, ma se si vuole arrivare, si segue la guida, che conosce la strada e le nostre forze. Se chiedi non sai che risposta ti può arrivare, ti fidi della persona a cui chiedi, ti fidi che abbia la forza che tu non hai.

Un altro punto mi ha fatto pensare, un buonismo latente, un politicamente corretto, che ben si evidenzia qui:

“Gli amici risero insieme. Erano felici. Bart era gay, Mimì andava con le prostitute, Leonardo vedeva persone inesistenti, ma nessuno giudicava gli altri. Ognuno aspirava alla migliore versione possibile di sé, senza inseguire un modello a cui era impossibile aderire. Si volevano davvero bene. Era l’unica cosa che contava. Leonardo concentrò la sua attenzione su Vera. La guardò dritta negli occhi e la trovò bellissima”.

C’è un giudizio in queste frasi che contraddice il “nessuno giudicava gli altri”, un giudizio: “un modello a cui era impossibile aderire” che è figlio della riduzione del desiderio, ci si accontenta, si crea un patto in cui ognuno è contento perché soffoca il cuore, che quel modello impossibile brama, in effetti lo sguardo si sposta da quella amicizia anestetizzata a Vera (anche qui il nome non credo sia a caso) e lì ritrova l’ideale di bellezza che cercava. Lo fa in maniera non esplicita, e qui forse il limite del libro, perché questo ideale deve comunque trovare il suo sbocco, è il cuore che lo reclama. Ma questo ideale viene a noi spesso imprevisto, come un incontro.

A questo punto viene in mente un mio post di una paio di anni fa in cui finivo con questa citazione di Paul Harding, 2012:

“Siamo fiduciosi e ci eccitiamo alla prospettiva di quale bellezza i nostri prossimi, inefficaci tentativi riporteranno in questo mondo, abbiamo fiducia nel fatto che i nostri amici e vicini di casa riconosceranno in loro i nostri desideri frustrati, riconosceranno non tanto la mancanza di perfezione, o il fatto scontato che non abbiamo tutto, ma la grande fortuna di avere così tanto, e che questi tentativi di raggiungere la perfezione sono perfetti gesti di devozione reciproca, perfetti gesti di amicizia, perfetti gesti di amore.”

Se l’autore leggerà mai queste righe non me ne voglia, sul libro come ho già scritto ho un giudizio positivo, aspetto il secondo.

1 Gv 15, 13

2 Lc 22,42

Mozza Mozilla

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Sei anni fa Eich il CEO di Mozilla ha donato 1.000 dollari per sostenere la Proposition 8, che afferma: “Solo il matrimonio tra un uomo e una donna è valido o riconosciuto in California.” Molti attivisti per i diritti gay sono arrivati alla conclusione che tutti coloro che hanno approvato Prop 8, tra cui Eich, deve essere anti-gay.

Qui la notizia: http://patriotpost.us/commentary/24576

Ora  io mi chiedo chi va a spulciare donazioni di sei anni fa per montare una caso? Perchè uno con i propri soldi non può sostenere chiunque? Dove è questa dicriminazione?

Leggete cosa scrive Eich a marzo:

https://brendaneich.com/2014/03/inclusiveness-at-mozilla/

Siamo arrivati al punto di doversi discolpare non i comportamenti sbagliati ma quelli giusti.

Sarà un altro caso Barilla con tanto di scuse? Peggio Eich per favorire Mozilla si è (o meglio è stato) dimesso.

Qui la notizia: http://recode.net/2014/04/03/mozilla-co-founder-brendan-eich-resigns-as-ceo-and-also-from-foundation-board/

Aggiornamento:

La questione della libertà di pensiero violata:

http://www.tempi.it/caso-mozilla-sullivan-gay-lobby-lgbt-inquisizione-crudele

 

Tre parole per quest’anno

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possibile

«La tua preghiera è stata esaudita», dice l’angelo a Zaccaria, … non c’è solo la promessa, ma anche il suo compiersi, … Questi fatti annunciano a coloro che conservano anche solo un filo di tenerezza verso se stessi che è possibile cambiare, perché a Dio tutto è possibile; a Lui basta trovare in noi la disponibilità del cuore.

toccare

Eri tutto gasato nel descrivere come era rimasto colpito il tuo amico, ma non ti sei reso conto che il Mistero aveva colpito il tuo amico affinché tu potessi toccare con mano un’esperienza vivente. È decisivo che non ci lasciamo scappare la possibilità di essere coinvolti nel presente in un’esperienza che ci faccia toccare con mano Cristo.

le ferite

«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…  E bisogna cominciare dal basso».

Salvare

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“Salvare, oggi, è l’ossessione di quelli che utilizzano i computer. Nella mia lingua, il francese, si dice piuttosto “registrare”, o anche “salvaguardare”. Ma è interessante notare coma nella lingua informatica, e anche in italiano, si dica to save, salvare, azione che riguarda non le anime ma i documenti. La “salvezza” si trova nel menù “file”, o nella barra degli strumenti. È rappresentata non da una croce, ma da un dischetto.

Tuttavia la vera salvezza non si applica alle cose, ma alle persone. Non bisogna ricordarlo soltanto agli informatici, ma anche a certi cattolici tradizionalisti: la preservazione della dottrina, il salvataggio della bella liturgia, il richiamo delle regole morali ha valore soltanto nella misura in cui questo ordine delle cose serve alla salvezza delle persone. Bisogna ricordarlo anche a certi progressisti: è in gioco la salvezza delle persone, e non la realizzazione di un ideale sociale, di un’utopia politica, di un tutto egualitario.” Fabrice Hadjadj qui tutto il testo

 

Contro l’omofobia

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Si anch’io sono contro l’omofobia, ma già da come è impostato questo post si rivela tutta l’ambiguità che c’è su questo tema a anche della mia presa di posizione.
Sono contro l'”omofobia” come termine, come linguaggio imposto, come nemico da sconfiggere.
Sono contro qualsiasi cosa divide il mondo in due, sono contro qualsiasi cosa vada contro la dignità della persona, sono contro l’essere contro.
Non si esce da questa spirale, anche l’essere contro alla parola o definizione priva di contenuto come “omofobia” divide il mondo in due.
Ci sarà chi reagisce e chi condivide.
C’è gente che tenta il suicidio a 11 anni perchè è grassa e viene preso in giro.
Siamo alla cicciofobia?
Mi viene in aiuto la lettura di un articolo su LaLettura del corriere della sera del 17.11.2013. E’ la recensione del nuovo libro di E.Borgna, ne riporto dei passi, mi scuso dell’accostamento con l’omofobia che nell’articolo non è citata.
E’ un problema non di fobie, non ideologico quindi, ma di dignità ferita, sanguinante, “di rapoerti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza”.

«La dignità è un valore assoluto e universale. lntenderla in questo senso significa comprendere in essa la mancanza di lavoro, ma anche non dimenticare che ci sono ferite inferte alla dignità sul luogo di lavoro o in famiglie in cui tutti lavorano. Certi suicidi nascono dalla percezione che le persone più sensibili hanno delle ferite alla propria dignità, le patiscono più le donne degli uomini, più gli adolescenti degli adulti e nascono nell’ambito di rapporti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza»

Ineludibile, a questo punto, la domanda su che cosa sia e dove risieda la dignità. «È l’esigenza che ciascuno di noi ha di essere riconosciuto, rispettato, se possibile interpretato nei gesti, nei comportamenti e nelle parole.»

Esige, per esempio, questa dignità, che si sia rispettati nei propri sentimenti e nelle proprie emozioni da parte delle istituzioni o di chi nella vita ordinaria ha ruoli di comando e che a chiunque, compreso un mendicante che ci chieda qualcosa, si risponda cercando di evitare il distanziamento e il pregiudizio perché la nostra indifferenza, istruttività, incapacità di ascolto non provochino ferite evitabili e per questo più odiose».

Fa poi l’esempio dei migranti che arrivano sulle nostre coste.

“Ma c’è un secondo modo di vivere
che è accompagnato da un’attenzione
più partecipe. Che cosa sappiamo di queste

persone, ignote a noi quanto noi lo siamo
per loro? Proviamo a pensare all’esperienza
del tempo interiore, come esperiranno
le ore della traversata? In che misura
l’angoscia si tempererà con una speranza?
E la nostalgia, quando e quanto morde? Si
tratta di provare a comprendere che cosa si
muova nella vita interiore nostra e degli altri,
soltanto allora, per dirla con un bellissimo
libro di Hoffmannsthal, l’ignoto appare»

Paludrone

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Per sciogliere certi incantesimi non c’è niente di meglio di uno shock violento o del dolore fisico.

—  Permettete una parola, signora? — cominciò il paludrone, allontanandosi dal fuoco e zoppicando per il gran male. — Una soltanto, se consentite. Sono certo che tutto quello che avete detto sia vero, anzi, verissimo. Io sono un povero diavolo che vede sempre il peggio delle cose e poi le affronta facendo buon viso a cattivo gioco. Che volete, sono fatto così. Dunque credo a tutto quello che avete detto, ma c’è una cosa che tengo a chiarire. Supponiamo che abbiamo fatto un sogno e ci siamo inventati le cose di cui abbiamo parlato poco fa: gli alberi, il sole, la luna, le stelle e perfino Aslan. Supponiamolo: ma lasciate che vi dica che le cose inventate sono più belle e importanti di quelle reali da cui, secondo voi, avremmo tratto ispirazione. Immaginiamo che l’orribile buco nero che governate sia l’unico mondo autentico: non mi piace lo stesso, anzi mi fa una gran pena. Avete detto che siamo ragazzi e stiamo giocando, ma quattro ragazzi che giocano al gioco del mondo, signora, possono essere così abili da spazzar via il vostro mondo. Ecco perché voglio continuare la partita. Io sto dalla parte di Aslan, anche se è pura invenzione; voglio vivere come un Narniano anche se Narnia non esiste. Quindi, grazie infinite per la cena ma vi informo che se questi due gentiluomini e questa signorina sono pronti, noi lasciamo la vostra corte per addentrarci nelle tenebre, dove passeremo il resto della vita a cercare il Mondodisopra. Non che le nostre vite dureranno in eterno, ma che importanza ha se il mondo è piatto e scialbo come ce lo avete dipinto? (C.S.Lewis – La sedia d’Argento)

 

Anche dai paludroni si può imparare….

Bradipeide

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C’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per pigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell’impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: “gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata”, e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. “Ecco un fannullone” dice un altro uccello che passa di là, “quello è come uno che vive di rendita”. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. “Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!”. Quel tipo di fannullone è come quell’uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile… Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede “Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l’eternità?”. Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita. (Lettere a Theo, Guanda, Parma 1984, pp. 87-88)

L’Amico e il Demiurgo

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Segnalo oggi un piccolo pezzo di un discorso del Papa, si inizia parlando di amicizia:

“Il Signore dice: “Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi“. Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore.”

“Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all’Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un demiurgo – così si esprime -, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto. È una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.
“Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell’onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, è potere: il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.”

Polvere

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Si possono fare molti giochi di parole con la vicenda della Regione Lazio, per assonanza mi ha rammentato una vecchia canzone di E. Ruggieri “Polvere”, in particolare l’ultima strofa con in cui tutto è ormai polvere, tutto ha perso la lucentezza di una volta ed è come l’inizio di una sconfitta, e il ripetere nel finale di quella frase “Non mi cercare, chè non mi riconoscerai” come dettata dall’esterno sembra convincerti che è inutile qualsiasi tentativo di ricerca, di ritrovare lo spirito, di seguire l’Ideale. «Non c’è ideale – diceva Andrè Malraux – al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti gli ideali noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità». Ma se non c’è Ideale ci si rinchiude e il problema diventa tecnico, il tecnico serve al massimo per riparare e mantenere l’esistente, non per aprirsi, svilupparsi e crescere, magari soffrendo insieme.

Polvere, troppi ricordi, è meglio esser sordi

e forse è già tardi per togliere la

polvere dagli ingranaggi, dai volti dei saggi

coi pochi vantaggi che la mia condizione mi dà.

Non mi cercare, chè non mi riconoscerai (E. Ruggieri “Polvere”)

 

Diversa più vera e più bella la posizione di uno degli scrittori americani più venduti degli ultimi tempi Paul Harding, che parte dall’esperienza dell’essere imperfetti ma di poter creare cercando la perfezione, riconoscendola come desiderio in fondo a ogni gesto dove “Siamo fiduciosi e ci eccitiamo alla prospettiva di quale bellezza i nostri prossimi, inefficaci tentativi riporteranno in questo mondo, abbiamo fiducia nel fatto che i nostri amici e vicini di casa riconosceranno non tanto la mancanza di perfezione, o il fatto scontato che non abbiamo tutto, ma la grande fortuna di avere così tanto, e che questi tentativi di raggiungere la perfezione sono perfetti gesti di devozione reciproca, perfetti gesti di amicizia, perfetti gesti di amore.”

“C’è qualcosa di bello e di particolarmente appropriato alla nostra condizione umana, qualcosa che fa scorrere il nostro sangue e crepitare i nostri cuori, nel fatto che lo sforzo per convogliare le nostre visioni dal regno della perfezione in quello dell’esperienza porti la storia ad avvampare e bruciare e a deformarsi e ad accartocciarsi e a diventare incandescente, trasformandosi in qualcosa di reale e di riconoscibile, in virtù delle imperfezioni. In fondo, l’imperfezione è la nostra essenza.

Pertanto, ci sono le imperfezioni delle nostre belle e difettose visioni quasi sempre inesatte, il cui valore non possiamo conoscere completamente e nemmeno in gran parte. C’è però un valore più grande in questi slanci imperfetti che abbiamo noi artisti.

Se ci rivolgiamo a essi opportunamente, non ci lasciamo sconfortare dall’impossibilità dell’imperfezione.

Siamo fiduciosi e ci eccitiamo alla prospettiva di quale bellezza i nostri prossimi, inefficaci tentativi riporteranno in questo mondo, abbiamo fiducia nel fatto che i nostri amici e vicini di casa riconosceranno in loro i nostri desideri frustrati, riconosceranno non tanto la mancanza di perfezione, o il fatto scontato che non abbiamo tutto, ma la grande fortuna di avere così tanto, e che questi tentativi di raggiungere la perfezione sono perfetti gesti di devozione reciproca, perfetti gesti di amicizia, perfetti gesti di amore.”

Paul Harding, 2012

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