Si anch’io sono contro l’omofobia, ma già da come è impostato questo post si rivela tutta l’ambiguità che c’è su questo tema a anche della mia presa di posizione.
Sono contro l'”omofobia” come termine, come linguaggio imposto, come nemico da sconfiggere.
Sono contro qualsiasi cosa divide il mondo in due, sono contro qualsiasi cosa vada contro la dignità della persona, sono contro l’essere contro.
Non si esce da questa spirale, anche l’essere contro alla parola o definizione priva di contenuto come “omofobia” divide il mondo in due.
Ci sarà chi reagisce e chi condivide.
C’è gente che tenta il suicidio a 11 anni perchè è grassa e viene preso in giro.
Siamo alla cicciofobia?
Mi viene in aiuto la lettura di un articolo su LaLettura del corriere della sera del 17.11.2013. E’ la recensione del nuovo libro di E.Borgna, ne riporto dei passi, mi scuso dell’accostamento con l’omofobia che nell’articolo non è citata.
E’ un problema non di fobie, non ideologico quindi, ma di dignità ferita, sanguinante, “di rapoerti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza”.

«La dignità è un valore assoluto e universale. lntenderla in questo senso significa comprendere in essa la mancanza di lavoro, ma anche non dimenticare che ci sono ferite inferte alla dignità sul luogo di lavoro o in famiglie in cui tutti lavorano. Certi suicidi nascono dalla percezione che le persone più sensibili hanno delle ferite alla propria dignità, le patiscono più le donne degli uomini, più gli adolescenti degli adulti e nascono nell’ambito di rapporti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza»

Ineludibile, a questo punto, la domanda su che cosa sia e dove risieda la dignità. «È l’esigenza che ciascuno di noi ha di essere riconosciuto, rispettato, se possibile interpretato nei gesti, nei comportamenti e nelle parole.»

Esige, per esempio, questa dignità, che si sia rispettati nei propri sentimenti e nelle proprie emozioni da parte delle istituzioni o di chi nella vita ordinaria ha ruoli di comando e che a chiunque, compreso un mendicante che ci chieda qualcosa, si risponda cercando di evitare il distanziamento e il pregiudizio perché la nostra indifferenza, istruttività, incapacità di ascolto non provochino ferite evitabili e per questo più odiose».

Fa poi l’esempio dei migranti che arrivano sulle nostre coste.

“Ma c’è un secondo modo di vivere
che è accompagnato da un’attenzione
più partecipe. Che cosa sappiamo di queste

persone, ignote a noi quanto noi lo siamo
per loro? Proviamo a pensare all’esperienza
del tempo interiore, come esperiranno
le ore della traversata? In che misura
l’angoscia si tempererà con una speranza?
E la nostalgia, quando e quanto morde? Si
tratta di provare a comprendere che cosa si
muova nella vita interiore nostra e degli altri,
soltanto allora, per dirla con un bellissimo
libro di Hoffmannsthal, l’ignoto appare»