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Regalo di Natale

La conversione missionaria: uscire da se stessi per lasciarsi provocare dai segni dei tempi

Parte prima – Della missione cattolica e della sua opposizione a ogni propaganda ideologica.

Volgersi a Dio, appartenere alla sua Chiesa, è la stessa cosa che aderire a un Partito?

La conversione e la missione cristiana non sono che una specie tra le altre d’adesione e di partigiano attivismo?

È la domanda che conviene porsi prima di tutto e senza pregiudizi. Quando voi aderite a un Partito, voi aderite inizialmente a una dottrina o a un gruppo, quindi voi fate propaganda, tentate di riunire il maggior numero di persone e di trasformare il mondo secondo i valori del vostro gruppo. E’ secondo questo modello che si è potuto concepire l’espansione della Chiesa, perché è il modello per tutte le imprese a pretesa universale: una parte vuole trasformare il tutto, e alcuni direbbero che è come un cancro che sviluppa le sue metastasi, e altri che è come una turbina che elettrifica la città.

L’unico problema è che questo modello è mondano. Fa della missione della Chiesa qualcosa che non è solo nel mondo, ma del mondo. Spinge a credere che l’evangelizzazione avviene principalmente attraverso il recupero dei mezzi mondani, scambiando la Coca-Cola con Gesù Cristo.

È come qualsiasi altra attività, ma con un passo indietro, poiché, i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Luca 16 ,8). Poco importa. Troverete sempre un professore di teologia pastorale che vi spiegherà che: “Se oggi San Paolo fosse vivo, senza dubbio userebbe Internet e Facebook per diffondere il suo messaggio.” Bene. Ma questo è l’essenziale? Il Vangelo è d’altronde un “messaggio” da comunicare? Prima di affrontare la sfida dei segni dei tempi, vorrei soffermarmi un po’ su questa domanda, e vedere in che cosa la missione del cristiano non è una semplice propaganda militante. Riporterò qui 5 punti di differenza radicale.

1° Rivolgersi a Cristo è anzitutto girarsi verso qualcuno; aderire a un Partito è aderire a qualcosa. Qualcosa, una dottrina, un messaggio, quello che si può comprendere. Ma non possiamo mai comprendere appieno qualcuno, anche se è solo una persona umana. Pertanto, la parola cristiana non consiste anzitutto nel dire qualcosa di qualcosa, ma dire di qualcuno a qualcuno. È chiamare ed essere chiamato, con un nome proprio, prima di spiegare o di imporre, con dei nomi comuni.

È un Seguimi, prima di essere un ecco ciò che sei, o ecco cosa dovremmo fare. Certamente questo è il motivo per il quale le prostitute entreranno prima dei farisei nel Regno. Almeno, le prostitute dicono: Seguimi, mentre gli scribi e i dottori dicono semplicemente: “Questa è la legge alla quale ti devi sottomettere.” La legge è necessaria, ma non è sufficiente, non è prima, perché è impersonale, mentre la chiamata è personale.

Possiamo già dedurre che l’evangelizzazione non parte inizialmente dalla comunicazione, ma dalla comunione. Si comunica qualcosa, ma la comunione è con qualcuno. Cristo non è un marchio di cui fare pubblicità. È una persona che ci viene incontro, con tutto l’inaspettato, tutto l’incontrollabile di qualsiasi incontro.

2°. Cristo è Dio – non è un qualcuno qualunque, che si oppone a qualcun’altro, è il qualcuno dei qualcuno, non solo il più incomprensibile, ma anche quello che li comprende tutti. Ed è per questo che la conversione è di per sé missionaria: noi volgendoci a Gesù, ci voltiamo necessariamente verso tutti gli altri. Immaginate di dover elogiare Michelangelo scultore, farete allo stesso tempo anche l’elogio delle sue statue. Quando guardate un artista in quanto artista, siete costretti a rivolgervi allo stesso tempo verso le sue opere d’arte. Quando vi volgete a Dio in quanto Creatore, siete obbligati a guardare allo stesso tempo le sue creature. E quando vi volgete a Dio in quanto Redentore, siete costretti a rivolgervi allo stesso tempo verso i peccatori. E in quest’ultimo caso, dobbiamo interessarci non solo alle belle statue, ma anche e soprattutto ai blocchi sgrossati male, ai cumuli di pietre, alle sabbie mobili…

La storia di Mosé lo dimostra molto bene. La famosa rivelazione del Nome divino in Esodo 3, 14, non si fa in un corso di teologia. E non si fa neanche in un estasi privata. Essa opera nel seno stesso della missione di Mosé: Mosé disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosé: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3, 13-14) Dio si rivela a Mosé nel suo invio, e nel suo invio verso quelle stesse persone che l’avevano spinto a fuggire verso Madian.

Il Segno che la vostra conversione è al Dio della misericordia, non a un idolo opprimente, è che questa conversione contiene in sé la missione verso i più poveri e i più miserabili, attraverso l’inclusione della seconda questione nella prima. Quando si tratta di un idolo, la conversione è un fascino che distoglie da alcune creature. Quando si tratta di un Partito, il tempo della propaganda si distingue dal tempo dell’adesione: si passa dalla teoria alla pratica, e si cerca di ridurre il reale al proprio ideale; o si passa dal piccolo gruppo al grande numero, e si cerca di riportare l’umanità ad alcuni criteri ammissibili. Ma la missione non è l’applicazione di una scienza né la progressione di una setta. Ciò che è esterno alla setta è esterno, e si tratterà o di ignorarlo o di eliminarlo, o di assorbirlo. Ciò che è esterno alla Chiesa gli è ancora interno, perché chi è esterno alla Chiesa è ancora creato da chi è alla testa della Chiesa stessa. Qualsiasi espansione è per essa prima un ascolto. Là dove il Partito si estende per annessione, la Chiesa cresce attraverso l’accoglienza. Là dove il propagandista di Partito si impone attraverso la conquista, il missionario di Dio si espone per contemplazione: egli cerca il Cristo già presente esternamente, ma in modo nascosto, che chiede di essere scoperto e portato alla totalità.

3° Di conseguenza, l’universalità cattolica può essere solo un’universalità concreta, mentre l’universalità ideologica è un’universalità astratta. Alcuni denunciano «l’espansionismo maniaco dei monoteismi»1: dire che c’è «un solo dio» è volere riportare tutto all’unità e dunque finire per standardizzare il mondo e clonare gli individui. Tutti i totalitarismi moderni deriverebbero da questo principio monoteistico secolarizzato. E va effettivamente così con la propaganda ideologica: i valori prevalgono sui volti, l’uomo astratto sugli uomini concreti, e ci si mette a distruggere con le migliori intenzioni, in nome dell’umanità, del popolo, del Bene, e altrettante idee nobili che possono schiacciare la realtà delle persone.

Ma voltarsi verso il Dio unico è voltarsi verso l’autore della diversità variegata delle cose. E più ancora: voltarsi verso il Dio Trinità è voltarsi verso quello che assume in Lui una differenziazione eterna. Poiché se il figlio è una stessa natura con il Padre, è anche tutt’altra persona rispetto al Padre, ed in ciò assolutamente, infinitamente, eternamente diverso.

Il Dio che ci comanda l’unità è anzitutto quello che crea la molteplicità: i suoi ordini non si impongono dall’esterno; danno e ridanno l’esistenza, perché ciascuno sia più singolarmente ciò che è. Il Dio che in dieci parole comanda di adorarlo, rispettare il Sabato, di onorare i nostri genitori, di non uccidere o di non essere adultero è il Dio che in dieci parole ha creato la pozzanghera d’acqua e la stella, lo struzzo e l’ippopotamo, l’angelo ed il batterio. È quello che vuole la distinzione e la poesia di ogni creatura.

Quando si è compreso questo, si deduce che la missione cattolica non può essere una pittura pesante monocroma che appiattisce tutti i colori: è una luce che li riunisce per intensificare i contrasti. Il Regno del resto è paragonato a una rete che si è gettata in mare e che riporta ogni specie di cosa (Mt 13,47). È un miscuglio, non uno club esclusivo (c’è soltanto da vedere per rendersene conto). Non è un tutto nel quale annega la parte, ma un riparo che raccoglie i singoli.

4° Se, nella missione cattolica, quello che ci invia è anche quello che crea e salva, quello verso il quale siamo inviati, occorre ammettere che l’alleanza precede il confronto. Essere inviato dal Creatore, è avere la creazione come alleato della propria missione. Il mondo può essere ostile. Ma la verità, è che le pietre sono con noi: Ve lo dico: se loro si tacciono le pietre grideranno (Lc 19,40). Gli alberi sono con noi: Che tutti gli alberi delle foreste esultino di gioia (Ps 95,12). Le bestie sono con noi: Tutti voi, uccelli nel cielo, fiere e greggi, benedite il Signore! (Dn 3,80-81). Ed anche coloro che sono contro di noi sono con noi nella profondità del loro essere – poiché il loro cuore, che lo vogliamo o no, è fatto da e per Dio – tanto che il salmista può cantare: Da Sion, il Signore ti presenta lo scettro della tua forza, domina fino al cuore del nemico (Ps 109, 2).

Paul Claudel, ne La scarpina di raso, afferma che è questa dimensione dell’alleanza con tutti gli esseri che distingue il cattolico dal semplice protestante: “Che hanno voluto questi tristi riformatori se non fare la parte di Dio, riducendo la chimica della salvezza tra Dio e l’uomo a questo movimento di fede […] a questo rapporto personale e clandestino in uno stanzino […].Ma la Chiesa non si difende soltanto per mezzo dei suoi dottori, dei suoi Santi, dei suoi martiri, da parte del glorioso Ignazio, per la spada del suoi fedeli bambini. Si richiama all’universo! Attaccata e messa all’angolo dai briganti, la Chiesa cattolica si difende con l’universo!”2.

L’alleanza con Dio è l’alleanza con l’autore dell’universo, in modo che l’universo, nel profondo, è l’alleato del fedele. Non come nell’Eden, prima della caduta, dove tutto passava per la dolcezza dell’albero della vita. Ma come nella Storia, dopo la caduta, dove tutto passa per i rigori della croce. L’alleanza è ormai drammatica, l’armonia è ferita dalle dissonanze, dalle discordanze stesse del peccato, ma è anche trasfigurata dagli accordi insperati del perdono. È dunque ugualmente un’alleanza. San Paolo non cessa di ripeterlo: Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28). Egli è prima di tutte le cose e tutte in Lui sussistono. (Col 1,17). Lo sforzo della propaganda è lo sforzo di una fraternità da costruire. La gioia del Vangelo è la gioia di una fraternità già donata e che è dunque da scoprire, da vivere, da rivelare a quelli che non la riconoscono ancora.

Anche il persecutore è già un alleato. Anche il boia è già un fratello. È questo che rende la loro violenza così spaventosa e così assurda. Ed è anche ciò che fa sì che la loro persecuzione non sia mai uno ostacolo, ma il luogo stesso della testimonianza, della manifestazione di un amore che è più vasto del mondo e più forte dell’odio. Al momento del bacio perfido, Gesù dice queste ultime parole a Giuda: Amico mio, fa il tuo compito (Mt 26,50). Per testimoniare la grazia che straborda dove il peccato abbonda, occorre potere dire amico anche al traditore, ricordargli che è realmente un amico nelle profondità della sua anima, e che se non è altro che un traditore, allora si strappa da queste profondità, si condanna all’inferno di non essere altro che un’errante superficie in conflitto con il suo proprio cuore.

5° Quest’alleanza più forte di ogni affronto ci costringe a riconoscere come una provvidenza il fatto di essere nato in questo tempo e non in un altro. L’adesione ad un Partito che vuole cambiare il mondo è sempre sia nostalgico sia utopistico. Si tratta di esaltarsi nell’ottimismo, con il progresso del mondo del domani, o di ripiegarsi nel pessimismo, con il rammarico per il mondo di ieri.

Ma la verità è che quello va sempre meglio e sempre peggio simultaneamente. La parabola del buon grano e della zizzania ci insegna che tutto si sviluppa allo stesso tempo verso il meglio e verso il peggio, e che, in nome dell’utopia o della nostalgia, il voler estirpare tutto il male non può che portare a strappare anche il buon grano, poiché questo sarebbe voler abolire la libertà.

La fede in Dio implica la fede nella sorte di essere nato in un tale secolo ed in mezzo a una tale perdizione. Comanda una speranza, ma vieta qualsiasi nostalgia e qualsiasi utopia. Noi siamo là; perché il Creatore ci vuole là. Noi siamo in un tempo di miseria; è questo il tempo benedetto per la misericordia. Occorre tenere il nostro posto ed essere certi che noi non potremmo cadere meglio. Occorre non rimettersi al futuro né rammaricarsi del passato, ma servire la presenza di Dio in tutte le cose, liberare l’Eterno nel temporale, vivere sulla terra la carità che è già – sebbene nell’oscurità – quella del cielo.

È questo che ci induce ad essere attenti ai segni dei tempi. Il Signore che ci parla con le scritture e la tradizione è anche il Signore della storia. Ci parla dunque anche con gli avvenimenti, anche se non è allo stesso titolo. Gli avvenimenti sono parole da decifrare. Le scritture e la Tradizione non sono soltanto parole da decifrare. Sono anzitutto parole che ci decifrano. Non offrono tanto delle letture quanto piuttosto delle griglie di lettura. I tempi ci consegnano dei segni, e, attraverso il Suo Vangelo, l’Eterno ci fa afferrare il significato.

Seconda parte – Segni dei tempi: per un apostolato dell’Apocalisse

Conviene ora, dopo alcune considerazioni sulla missione in generale, fare una riflessione sulla missione in particolare, nell’ambito di questa nostra singolare epoca.

Quali sono i segni dei tempi dai quali dobbiamo lasciarci provocare? Qual è il carattere proprio dei nostri giorni, che li distingue dai giorni precedenti?

Che sia per denigrarli o per farne l’elogio, per affondare nel pessimismo più oscuro o planare nell’ottimismo più stupido, molti pensatori sottolineano che stiamo entrando in un cambiamento d’era, uno sconvolgimento grande almeno quanto l’uscita del paleolitico. Questa confusione è legata anche ad una rivoluzione tecnica che non è quella dell’agricoltura, bensì dell’ingegneria. E quest’ingegneria comporta una rottura antropologica radicale. Gli scenari catastrofici si moltiplicano. La crisi, per definizione transitoria, diventa cronica. Pensatori non cristiani non temono di parlare di Apocalisse. L’indizio di questa Apocalisse è dato da tutti combattimenti “nel fronte inverso” nei quali si trova coinvoltala Chiesa.

La Chiesa è là principalmente per rivelare Dio, ed ecco che sempre più ha il semplice compito di preservare l’umano. Porta essenzialmente il sovrannaturale, ed è sempre più chiamata a difendere la natura. È la presenza dell’eterno, e diventa sempre più la garanzia della storia. È il tempio dello spirito, e sempre più appare come la custode della carne, del sesso, della materia stessa. Questa situazione terribile, dove più nulla sembra andare da sé, è veramente formidabile, perché allora tutto può soltanto ripartire da Dio.

È quello che possiamo più precisamente osservare attraverso 5 o 6 segni dei nostri tempi. Non pretendo l’esaustività. Spero soltanto di abbozzare uno schizzo sufficiente per scorgere la fisionomia particolare della missione oggi – o piuttosto la sua radicalità nuova: un apostolato all’altezza dell’Apocalisse.

1° La nostra epoca è quella della fine dei progressismi. Le grandi utopie politiche del XX secolo sono morte. Ciò vale tanto per il comunismo quanto per il liberalismo. Caduta del Muro. Crollo dei mercati. Non crediamo più alla crescita illimitata del giorno dopo che ci cantano. A ciò si aggiungono la teoria del darwinismo – che ci fa pensare che la razza umana non è che un azzardato bricolage completamente sostituibile con un’altra specie – e, in pratica, la bomba atomica – che inaugura la possibilità di un’autodistruzione totale. In questo senso, Günther Anders ha scritto nel 1960: “Noi non viviamo più in un’epoca ma in un termine3.” Nel 1979, nella sua opera-maestra Le principe de responsabilité, Hans Jonas fa questa constatazione: un tempo “la presenza dell’uomo nel mondo era un dato primario che non chiedeva precisazioni”, oggi, essa pone questioni, ha perso la sua evidenza4.

In questa circostanza estrema, la missione può soltanto ritornare all’essenziale – alla sua dimensione escatologica, quella della speranza. Ciò vuole dire un primato dell’evangelizzazione su tutta la politicizzazione ed una precedenza della metafisica sulla morale.

Tutto è da riprendere a partire dal fondamento. Il progressismo, con le sue speranze di sostituzione, possono dare uno slancio provvisorio alla vita. Ma se la razza umana è destinata alla disgrazia e alla scomparsa, come potete impedire a una donna di abortire? Perché anche non sgozzare il vostro vicino se ciò può far dimenticare in un momento l’assurdità della vostra condizione? Perché non gettarsi a corpo morto nelle droghe e nei divertimenti?

Possiamo ripetere che questi atti sono suicidi. Si risponderà a buon diritto che in qualunque caso la natura non genera esseri se non per massacrarli in un secondo momento, e che il suicidio, dopo tutto, potrebbe benissimo essere un modo di vivere conformemente alla natura…

Tommaso d’Aquino è formale su questo punto: “È per la speranza che l’uomo è portato al rispetto dei precetti5.” Dove egli non ha più una speranza, non c’è morale che tenga. Si tratta dunque, prima di qualsiasi morale e al di là del bene e del male nell’agire, di manifestare la bontà dell’essere, perché lui è creato e perché lui è salvato. Quando le speranze mondane sono distrutte, la speranza teologale può riaprire un futuro, poiché questa speranza non si sostiene sulla prospettiva di un futuro radioso, ma ha ancora dentro di sé la fede nell’Eterno.

2° La nostra epoca, soprattutto nelle società occidentali, non è più principalmente quella dell’ideologia, ma della tecnologia. È un punto capitale. Oggi è molto raro incrociare un ateo militante. In compenso è molto più frequente incontrare un fan del buddismo. Perché il buddismo è soprattutto una tecnica di meditazione, e siamo nell’età della tecnica.

Cosa ne è stato del relativismo? È opportuno parlare di dottrina? Il relativismo è piuttosto l’effetto del dispositivo mediatico. Per i media, occorrono spettacolo e delle news. Affinché ci sia dello spettacolo, occorrono posizioni scioccanti, che si contraddicono. E se si tratta soltanto di news, occorre che la notizia non sia la Buona Notizia, che la sua novità non abbia alcun impatto esistenziale, ma che ci lasci in una posizione di spettatore disimpegnato, indignato ma passivo, o interessato ma deviato. Lo stesso dicasi per gli studi di genere: è un’ideologia, si dirà, ma il costruttivismo di quest’ideologia è soltanto un derivato della tecnologia contemporanea. Poiché le biotecnologie riportano il corpo ad una somma di funzioni manipolabili, l’uomo può apparire come un soggetto neutro che costruisce il suo genere.

Cosa significa questo per la missione? Che dopo avere predicato la fine ultima, è della più alta importanza essere attenti ai mezzi. I mezzi non sono neutrali. Tale è anche la grande sentenza di Marshall McLuhan: “Il mezzo è messaggio”. Da una parte, il mezzo impone al messaggio il suo formato; dall’altra, suppone che tutto sia solo informazione. Si può diffondere il Vangelo via Twitter, a pezzi di 160 caratteri, ma è divulgarlo in slogan, o peggio: sarebbe come ridurre il Vangelo a un messaggio su qualcosa e non un incontro con qualcuno.

Da qui l’urgenza di ricordare che, per evangelizzare, i mezzi temporali poveri e semplici sono superiori ai mezzi temporali pesanti e sofisticati. Gesù invia i suoi discepoli non equipaggiandoli, ma spogliandoli. L’amore del prossimo in verità non si può apprendere se non facendosi prossimo. La speranza dell’incontro con Dio si trasmette realmente soltanto attraverso l’incontro con l’altro. La fede nell’incarnazione non si compie che in un’incarnazione. Si può iniziare un “contatto” con reti ipermediali, ma occorre in seguito che il contatto diventi con-tatto, che entri nella dimensione del tatto, poiché tutti sacramenti suppongono questa dimensione.

3° Questo mondo tecnologico e utilitarista suscita una reazione che non è una risposta: il culto dell’emozione. Il culto dell’emozione reagisce contro l’influenza della manipolazione. Ma ne è anche complice. Poiché, in uno come l’altro, nel patocentrismo come nella tecnocrazia, la misura di qualsiasi cosa ci appartiene. Nel patocentrismo, è attraverso l’emozione soggettiva; nella tecnocrazia, attraverso la manipolazione oggettiva.

È interessante vedere come i giovani occidentali possono passare facilmente da Internet al terrorismo. Il crollo di utopie politiche e l’impero della tecnologia favoriscono un aumento dei fondamentalismi. Questi fondamentalismi sono una versione eroico-religiosa del culto dell’emozione. Ma sono anche utilitarismi spirituali che concepiscono il regno di Dio sul modello della sovranità tecnica, militare o mediatica.

Di fronte a questo fenomeno, la missione deve avere “il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione” (per riprendere un’espressione di Benedetto XVI). Quest’ampiezza permette di uscire dal doppio culto del capriccio e del calcolo, o dello scontro tra un razionalismo strumentale e un fideismo cieco. Non mostra solo che la fede – e più specialmente la lode – non è il contrario, ma la capacità estrema della ragione; ma ricorda anche che la logica non deve separarsi dalla genealogia, pena lasciare campo libero alla tecnologia. Così la ragione trinitaria unisce il logico e il genealogico: ciò che si deduce del concetto intellettuale è ciò che emerge dalla concezione carnale. Il Logos è anche il nome del Figlio. E questo ci ricorda che la ragione non è principalmente calcolatrice, ma filiale.

4° Per ricollegarci a quanto detto finora, occorre ammettere che il mondo è ormai meno segnato dal materialismo che dalla smaterializzazione (che è una rimaterializzazione digitale). L’attuale perdita di senso è forse non tanto una perdita del senso dello spirito, quanto piuttosto una perdita del senso della materia, della materia data con una forma propria e che si tratterebbe di rispettare. Siamo passati del paradigma della cultura al paradigma dell’ingegneria. La cultura, che ha il suo modello nell’agricoltura, accompagna l’espansione e la fruttificazione di una forma data dalla natura. L’ingegneria, al contrario, impone i suoi piani a una natura ridotta a uno stock di materiali e di energie disponibili. Ormai il dono è ridotto a dati. Si sfrutta una banca dati. Non si cerca più di prolungare una donazione generosa.

Di fronte a questa perdita del senso della materia, si tratta di ritornare ad una teologia della creazione in atto e dunque alla saggezza del motto benedettino: “ora et labora”. Affinché i giovani ipnotizzati dal virtuale e dall’atomismo aprano nuovamente il loro spirito, occorre trascinarli al lavoro delle loro mani, abbozzare una biglia di legno, coltivare un orto, scoprire che i prodotti alimentari non appaiono magicamente sugli scaffali dei supermercati e che non si fa crescere l’erba tirandola da sopra. Il Verbo si è fatto carne, e si è fatto carpentiere. Non è aneddotico. E se per parlare della vita spirituale si ricorre generalmente a immagini del campo, della vite, della senape, non è a caso. Si ritrova il cielo e contemporaneamente si ritrova la terra, perché la terra è l’opera del cielo e il suo cammino. Quindi la questione ecologica è diventata un luogo decisivo per l’evangelizzazione. Oltre alla sua urgenza, l’ecologia suppone la contemplazione di un ordine naturale dato, e dunque, ultimamente, la risalita verso il Creatore di quest’ordine.

5° Non basta più condannare un “individualismo esasperato”, poiché non siamo neppure più nell’individualismo, ma nel dividualismo. La famiglia è attaccata meno dall’ideologia che dalla tecnologia: non ci si trova più intorno alla tavola familiare, ciascuno mangia nella porta del frigorifero e torna rapidamente al suo schermo privato. Le famiglie sono scoppiate sotto il loro stesso tetto, e l’individuo che ne risulta è anche lui scoppiato, disperso, diviso tra le diverse finestre aperte del suo computer che gli proibiscono qualsiasi ricordo.

Non è soltanto nella sua attività, è anche nel suo essere che l’individuo è spezzettato in una serie di elementi: non appare altro che come una combinazione di atomi, geni e neuroni che possiamo convertire in bit e ricombinare come vogliamo, per fabbricare un’umanità 2.0. Siamo ben oltre la schiavitù e il proletariato: il minatore diventa lui stesso la miniera, lo schiavo diventa lui stesso il giacimento. Non è più soltanto un corpo lavoratore sfruttato in tutto il mondo, ma un corpo lavorato, rivenduto in pezzi di ricambio o ricostruito incombe un robot efficiente, calibrato meglio, più competitivo, mentre i maghi della tecnica gli certificano che è là la sua emancipazione.

Per lottare contro questo “dividualismo”, occorre certamente ricordare la dichiarazione di Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi: la nostra epoca ha bisogno più di testimoni che di maestri. La testimonianza è una manifestazione di vita, di una vita unificata, storica, non scomponibile in una serie di informazioni impersonali o di funzioni generali. Tuttavia, se l’individuo si lascia facilmente dividere è perché alla partenza si è separato dalla sua storia e dalla sua genealogia, si è posto come un soggetto isolato, senza appartenenza, senza cognome, più atomo che autonomo e dunque incapace di resistere alle sirene del mercato. La testimonianza non deve dunque essere soltanto individuale. Deve essere la prova di una comunità viva, ospitale, radiante, un sagrato che deborda sulla strada, per attirare il passante verso la festa pasquale, ma che sa anche ritirarsi dalla folla, per offrirle il raccoglimento dell’adorazione.

6° Infine, per dirlo in una parola che riassume tutte le altre, il nostro mondo è sempre più quello della disincarnazione. Siamo all’era dell’in vitro veritas, che si tratti del vetro degli schermi o del vetro delle provette. Il padre è sostituito dall’esperto (e ciò vale anche per i vescovi che rinunciano troppo spesso alla loro paternità in favore di una posizione di semplice superiore gerarchico); la madre è gradualmente sostituita dalla matrice elettronica. Vi diranno che ormai una coppia di persone dello stesso sesso può avere bambini come la coppia uomo – donna. Vi diranno anche che può averli migliori di quelli di un uomo e una donna, poiché l’uomo e la donna si affidano alla procreazione attraverso l’oscurità pericolosa di una stretta (abbraccio) e di una grossezza (gravidanza), mentre la coppia di persone dello stesso sesso è più responsabile, più etica poiché chiede agli ingegneri di fabbricare loro un piccolo senza difetto, col codice genetico approvato, molto più adatto al mondo che lo circonda.

Più che mai, Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. (Ap 12,4). Quello che si assembla nei nostri laboratori è una vera contro-annunciazione.

Non si tratta più di accogliere il mistero della vita nell’oscurità del suo seno, ma di ricostituirla in trasparenza in un tubo di prova. Il vecchio uomo cerca di fabbricare un uomo nuovo che invertirà tutte le formule del Credo. Poiché quest’uomo nuovo sarà nato prima di tutti i padri, fatto e non generato – dallo spirito degli ingegneri, sarà disincarnato da qualsiasi madre, e fatto cyborg

La missione più spirituale di oggi è dunque ritrovare la carne, spiegare, al seguito di Giovanni Paolo II, una vera “teologia del sesso”, ma anche, più specialmente, una teologia della donna e della maternità. Poiché è la maternità che è più direttamente attaccata, perché il sesso femminile, nella sua capacità propria, che è di portare l’altro dentro di sé e di assumerne le doglie, è la figura stessa dell’apostolato nell’Apocalisse (Mt 24,8; Mc 12,8; Rm 8,22; Ap 12,2).

In fondo, è a cose molto semplici che siamo chiamati. Lasciatevi attirare da ciò che è semplice, dice San Paolo (Rm 12,16). Non ho voluto dire altra cosa. Tuttavia, conviene precisarlo dopo la Somma teologica, la semplicità è il primo degli attributi divini. È dunque anche ciò che c’è di più difficile. E tale è la difficoltà al giorno d’oggi. Non si tratta più soltanto per gli apostoli di fare miracoli, ma di ricordare le evidenze prime: che il matrimonio è di uno uomo e di una donna; che il bambino nasce da un padre e di una madre; che le mucche non sono carnivore; che dato naturale non è una costruzione convenzionale; o anche che esserlo non è il niente… Ricordare queste evidenze è più difficile che la scienza, più difficile del miracolo stesso. Poiché l’evidenza prima non è spettacolare come il miracolo, e non può dimostrarsi come le conclusioni di una scienza. In modo che ci si trova a spiegare, con una certa ridicolaggine, che il fuoco brucia e che l’acqua bagna…

Cristo ci ha avvisati nel vangelo di domenica scorsa: Quello che non ha nulla si farà togliere anche ciò che ha (Mt 25,29). Quello che respinge la grazia finisce per perdere la natura. Quello che ignora il Creatore finisce per dimenticare la creatura. Quello che disprezza l’invisibile non sa neppure vedere più ciò che vede, perché si mette a cercare altrove, perché non crede più che quello che gli è dato di vedere anche raso terra gli è dato generosamente, per la sua elevazione. E questo in un momento di grande prestigio per noi dobbiamo essere mistici per riconoscere ciò è ovvio.

Chesterton descriveva alla fine di uno dei suoi libri questo singolare combattimento missionario: “Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso e impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Saremo tra coloro che hanno visto eppure hanno creduto6.”

Ebbene questo è ciò che ci è chiesto oggi. Poiché cristianesimo, infine, cosa è? Considerare il giglio dei campi (Mt 6,28), nutrirsi del lavoro delle sue mani, cantare un canto vecchio e nuovo, con sua moglie come una vite generosa, con i suoi figli e le sue figlie attorno alla tavola (ps 128,2-4), essere insieme assidui all’insegnamento dell’amore, fedeli alla comunione fraterna, alla frazione del pane ed alle preghiere (Ac 2,42), altrettante cose molto semplici, ma che, per essere protette, richiedono il sangue dei martiri.

Fabrice Hadjadj

1 Peter Sloterdijk nel Le Point, 7/12/2006.

2 Paul Claudel, la scarpa di raso, secondo giorno, scena V.

3 Günther Anders, La menace nucléaire, Considérations radicales sur l’âge atomique, Le Serpent à Plumes, 2006, p. 289.

4 Hans Jonas, Le principe responsabilité, Une éthique pour la civilisation technologique, trad. Jean Greisch, Flammarion, coll. « Champs-essai », 2013, p. 38.

5 Saint Thomas d’Aquin, Somme de Théologie, IIa-IIæ, qu. 22, art. 1c.

6 G.K. Chesterton Hérétiques,, trad. Jenny S. Bradley, Plon, 1930, p. 287.

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La conversione missionaria

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