Indubbiamente Casa Oz

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di partecipare per un giorno alla vita che si svolge in Casa Oz, una casa nata per i bambini e i loro familiari che stanno affrontando la malattia.

Il metodo è semplice si risponde ai bisogni sia quelli piccoli che quelli grandi e si fa loro compagnia, avendo presente che in una malattia i criteri sono diversi dal solito: ad esempio anche fare la spesa per una famiglia con un bimbo in ospedale può essere una grande difficoltà. Alla prova dei fatti vista la quantità di bambini presenti indubbiamente di questo aiuto, di questa compagnia c’è un grande bisogno.

Ero lì come volontario e ho fatto le cose che mi venivano chieste, come andare a comprare al vicino supermercato, pulire e mettere in ordine le attrezzature e la cucina, stare con i ragazzi, mangiare e giocare con loro. Veniva naturale perché c’era un bisogno a cui rispondere.

L’azienda in cui lavoro ha fatto in modo che si potesse partecipare durante il normale orario di lavoro, bella forza si potrebbe dire si fa volontariato pagati, ecco quello che sembra una contraddizione pensandoci non lo è anzi viene tolta almeno per un giorno l’obiezione che uno non ha tempo, che deve lavorare, in fondo è come se venisse tolta l’obiezione materiale. Ti viene data per un giorno la gratuità.

Rimane così la domanda: ti interessa coinvolgerti con il bisogno degli altri? Indubbiamente la domanda esige di essere presa in considerazione, esige una risposta, il bisogno c’è la nostra libertà pure.

“Come la loro libertà è stata creata a immagine e somiglianza della mia libertà, dice Dio,
Come la loro libertà è il riflesso della mia libertà,

Così mi piace trovare in loro come una certa gratuità
Che sia come il riflesso della gratuità della mia grazia.
Che sia come creata a immagine e somiglianza della gratuità della mia grazia.
Mi piace che in un certo senso essi preghino non solo liberamente ma come gratuitamente.
Mi piace che cadano in ginocchio non solo liberamente ma come gratuitamente.
Mi piace che si diano e che diano il loro cuore e che si rimettano e che portino e che stimino
non soltanto liberamente ma come gratuitamente.
Mi piace che amino infine, dice Dio, non soltanto liberamente ma come gratuitamente.
Ora per questo, dice Dio, con certi uomini son ben servito.
Sono un popolo venuto al mondo con la mano aperta e il cuore liberale.
Danno, sanno dare. Per natura sono più facilmente gratuiti.
Quando danno, non vendono, non prestano a breve scadenza e ad alto interesse
Danno per nulla. Altrimenti è forse un dare?
Amano per nulla. Altrimenti è forse un amare?” (C. Peguy)

 

L’attesa mi sembra sia la protagonista in Casa OZ, al mattino più volte ci hanno a detto “vedrete quando saranno qui il pomeriggio la casa si riempirà e capirete meglio” oppure “le stanze le abbiamo colorate perché così quando uno viene trova una cosa bella…”, ci hanno fatto anche notare che le attività quando arriva qualcuno nuovo si fermano e le persone sono tutte intorno a lui, sanno bene che accogliendo accade qualcosa, anche a noi, “sappiamo che le parole che diciamo possono essere utili a loro, ma sappiamo che anche a noi servono le loro”.

Poi i ragazzi arrivano e uno vorrebbe conoscerli tutti, si inizia con qualcuno, si vedono le loro ferite, il loro sentirsi a casa, con qualcuno si inizia a parlare, a conoscersi, e inizia quel rapporto che per chi come me è da anni che sta con i ragazzi delle medie è come un esplorare un mondo che mette sempre in discussione le mie chiusure.

Indubbiamente Casa Oz ci mette benevolmente in discussione, ma fino a dove?

Finisco queste mie espressioni con un’altra citazione, questa di un psichiatra Eugenio Borgna che sto leggendo in questi giorni:

“Noi dovremmo essere sempre in dialogo, in particolare, con il loro dolore, con il dolore acerbo del loro corpo, e con quello della loro anima, e dovremmo essere consapevoli dell’importanza che le nostre parole e i nostri sguardi hanno nell’accoglienza e nella comprensione di questa loro estenuata fragilità. Ma come avvicinarsi in particolare a un bambino che sta male, a un bambino malato, di una malattia grave soprattutto, che richiede un’emblematica sensibilità nel cogliere il senso delle sue lacrime, e del suo desiderio di aiuto? Sono in gioco le nostre attitudini a capire, o almeno a intuire, quali siano le sue ferite visibili e invisibili, le sue ansie, e le sue nostalgie. La malattia del bambino, i suoi dolori, ci mettono di fronte a una duplice asimmetria: quella fra chi cura e chi è curato, e quella ancora più profonda fra l’essere bambino e l’essere adulto. Non è mai facile, e forse non sempre è possibile, arginare e sanare questa asimmetria; ma una cosa è necessaria: quella che, adulti, ci sia possibile rivivere le emozioni, le ansie e la tristezza, i desideri e le speranze, le fragilità e la nostalgia, che hanno accompagnato la nostra infanzia, e la nostra adolescenza. Lo sapremmo fare nondimeno solo se non ci sia estranea l’abitudine a conoscere, o a cercare di conoscere, cosa si nasconda, e cosa si muova, nella nostra interiorità, negli abissi della nostra interiorità, quando, bambini, o adolescenti, siamo stati malati, e siamo stati divorati dalla fragilità, dalla solitudine, dal dolore, e dalla nostalgia della felicità perduta, e il tempo della malattia sembrava non passare mai.”

(La nostalgia ferita, Einaudi, Torino, 2018)

Delusione

Capita che qualcuno col suo comportamento ti deluda, non sembra possibile che anche lui possa comportarsi male, ma il suo male non toglie nella a quel vero che ti ha aiutato a intravedere, è così che ti viene restituito più umano e non si perde nulla.

“Non ti ardeva il cuore…”

“L’episodio dei discepoli di Emmaus è la risposta a questa domanda. In esso vediamo come, nel momento in cui la presenza di Cristo scompare dall’orizzonte di coloro che Egli aveva affascinato, i discepoli tornano a casa delusi. Malgrado Lo avessero riconosciuto come «profeta potente in opere e parole», la Sua condanna a morte li aveva talmente frastornati da far crollare la loro speranza. L’espressione «noi speravamo» sarebbe rimasta per sempre come l’epitaffio dell’avventura da essi vissuta, se non fosse accaduto qualcosa di imprevisto su cui nessuno faceva affidamento: la Sua presenza viva. Per spiegare il ritrovarsi dei discepoli dopo lo scandalo della morte di Gesù non basta il desiderio di portare avanti la Sua causa, il proposito di divulgare i Suoi insegnamenti, né l’interesse a diffondere la Sua ispirazione. Nessuna di queste ragioni sarebbe stata sufficiente per ricostruire il gruppo e infondervi l’impeto missionario che sin da principio lo caratterizzò e che unicamente giustifica una così rapida diffusione del cristianesimo. Basta lasciarsi interrogare dai fatti: come i discepoli poterono superare lo scandalo della croce? Solo per l’imponenza del Risorto. Allo stesso modo, senza la presenza di Cristo vivo, non sarebbero stati concepibili lo slancio e lo sviluppo missionari.” da La Bellezza disarmata J.Carron

Santi

Leggere la realtà pensando anche l futuro.

 

“La Chiesa primitiva, dunque, non si sente certo il luogo della gente perfetta.

Lotte di opinioni all’interno della comunità che diventano reali pericoli di scissioni, odi vicendevoli, gente che proponendosi con il possesso di un carisma semina confusione nella comunità, il persistere dei vizi del paganesimo e l’allontanarsi dall’annuncio degli apostoli per seguire proprie e altrui interpretazioni, tutto questo è accaduto in quelle comunità di «santi».

Ma dentro quella realtà così banalmente umana, così misera come i sintomi che abbiamo citato ci indicano, c’è la certezza di una umanità nuova, quella di Cristo, capace di trasformare qualunque povera umanità, purché ci si disponga in quella «corsa» che descriveva l’Apostolo, purché ci si metta in un cammino, secondo le proprie possibilità sorrette dalla grazia.

La certezza è che Gesù Cristo può vittoriosamente attraversare le nostre impotenze con la sua forza e mutarle in una energia operosa per il bene.
Questa è la certezza che noi ereditiamo, insieme alla possibilità del male, da coloro che ci hanno preceduto.” LG “Perchè la Chiesa”

Slow life

Occorre per questo post fermarsi e ascoltare, la vita non è una corsa continua, non lo deve essere, occorre a volte rallentare per cogliere quello che c’è oltre il primo sguardo.

Ho scritto due volte “occorre” che ha nella etimologia “correre” sembra in opposizione al post, ma suo significato è “andare incontro”.

Sto leggendo un libro di Don Giussani che rimanda a un intervista famosa alle Carmelitane di Bologna, in questo tempo di polemiche nella Chiesa e verso la Chiesa questa intervista è una porta che si spalanca verso il Mistero e all’amore che opera incessantemente nelle nostre esistenze.

In Cammino, Rizzoli Bur, 2014, pagina 132: «Mi ricordo tanti anni fa l’intervista radiofonica… Sentire le risposte di quella ragazza fu una sorpresa: vibravano di una saggezza stupefacente. Da che cosa le veniva? Dall’abitudine a percepire l’eterno dentro l’istante effimero e ad abbracciar le cose tutte insieme, perché non si può giudicare neanche d’un capello se non dalla totalità dell’organismo a cui si appartiene».

Qui sotto l’intervista e qui le attuali monache intervistate. Ascoltate se potete, merita.

 

 

 

 

Contro l’omofobia

Si anch’io sono contro l’omofobia, ma già da come è impostato questo post si rivela tutta l’ambiguità che c’è su questo tema a anche della mia presa di posizione.
Sono contro l'”omofobia” come termine, come linguaggio imposto, come nemico da sconfiggere.
Sono contro qualsiasi cosa divide il mondo in due, sono contro qualsiasi cosa vada contro la dignità della persona, sono contro l’essere contro.
Non si esce da questa spirale, anche l’essere contro alla parola o definizione priva di contenuto come “omofobia” divide il mondo in due.
Ci sarà chi reagisce e chi condivide.
C’è gente che tenta il suicidio a 11 anni perchè è grassa e viene preso in giro.
Siamo alla cicciofobia?
Mi viene in aiuto la lettura di un articolo su LaLettura del corriere della sera del 17.11.2013. E’ la recensione del nuovo libro di E.Borgna, ne riporto dei passi, mi scuso dell’accostamento con l’omofobia che nell’articolo non è citata.
E’ un problema non di fobie, non ideologico quindi, ma di dignità ferita, sanguinante, “di rapoerti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza”.

«La dignità è un valore assoluto e universale. lntenderla in questo senso significa comprendere in essa la mancanza di lavoro, ma anche non dimenticare che ci sono ferite inferte alla dignità sul luogo di lavoro o in famiglie in cui tutti lavorano. Certi suicidi nascono dalla percezione che le persone più sensibili hanno delle ferite alla propria dignità, le patiscono più le donne degli uomini, più gli adolescenti degli adulti e nascono nell’ambito di rapporti umani che trascurano i fondamenti di una vita di relazione fatta di ascolto, gentilezza e pazienza»

Ineludibile, a questo punto, la domanda su che cosa sia e dove risieda la dignità. «È l’esigenza che ciascuno di noi ha di essere riconosciuto, rispettato, se possibile interpretato nei gesti, nei comportamenti e nelle parole.»

Esige, per esempio, questa dignità, che si sia rispettati nei propri sentimenti e nelle proprie emozioni da parte delle istituzioni o di chi nella vita ordinaria ha ruoli di comando e che a chiunque, compreso un mendicante che ci chieda qualcosa, si risponda cercando di evitare il distanziamento e il pregiudizio perché la nostra indifferenza, istruttività, incapacità di ascolto non provochino ferite evitabili e per questo più odiose».

Fa poi l’esempio dei migranti che arrivano sulle nostre coste.

“Ma c’è un secondo modo di vivere
che è accompagnato da un’attenzione
più partecipe. Che cosa sappiamo di queste

persone, ignote a noi quanto noi lo siamo
per loro? Proviamo a pensare all’esperienza
del tempo interiore, come esperiranno
le ore della traversata? In che misura
l’angoscia si tempererà con una speranza?
E la nostalgia, quando e quanto morde? Si
tratta di provare a comprendere che cosa si
muova nella vita interiore nostra e degli altri,
soltanto allora, per dirla con un bellissimo
libro di Hoffmannsthal, l’ignoto appare»

Mentre cantavano

DSC_4008Il giorno del matrimonio è passato, ma faccio fatica a parlarne, forse perché era mia figlia quella che si sposava?

Ma no, l’affetto aiuta a conoscere e a far conoscere, anzi avrei dovuto riempire subito di foto e scritti il web, ma c’è qualcosa altro, che va oltre, non so come altro dire, questo oltre era lì ed è difficile descriverlo. Si fa fatica a rendere qualcosa che appena descritto o scritto è già cambiato.

Me ne sono accorto quando la gente mi chiedeva di raccontare come era andata, io rispondevo “benissimo”, ma il mio bene non so se era anche il loro o se potevano immaginare come fosse quel bene.

Mi chiedevano dei vestiti, di cosa si è mangiato, dei canti che si sono fatti, ma come facevo a dire che c’era qualcosa oltre? Ho provato a descriverne gli effetti, i segni, così come farò in queste righe, so già che non riuscirò appieno perché sperimentare un grande bene è qualcosa di eccezionale e quando capita è una grazia. Mi conforta il fatto che questo imbarazzo non è solo mio, molti dicono è andato “benissimo”, “è stato bello”, ma di questo bello che diranno? Che parole useranno per descriverlo o non ne useranno affatto?

  • “Piove, che rabbia, poteva pure esserci il sole almeno questa mattina!”

  • “Capisco quello che provi, ma così sarò più attenta a quello che andrò a fare”

Comincia così, senza paura del maltempo.

La celebrazione è la cosa che gli sposi hanno preparato con più cura, a cui tengono di più perché è il momento in cui la loro vocazione si definisce e prende forma, davanti a Dio e al suo popolo. Il libretto del matrimonio lo testimonia, ci sono stati anche momenti divertenti nella preparazione per esempio dell’invocazione dei Santi:

  • Io voglio mettere Sant’Orso patrono d’Aosta

  • Se metti quello allora io metto i Santi Ermacora e Fortunato patroni di Udine

  • E chi sono?

E così via

Le letture, i canti ogni cosa è stata preparata avendo come orizzonte che la celebrazione fosse una cosa bella e corrispondente a quello che si andava a officiare, è stato tutto così intenso che non c’è stato neanche l’applauso di rito, al suo posto è iniziato il canto:

Jesu tibi vivo;

Jesu tibi morior.

Jesu sive vivo,

sive morior

tuus sum.

Gesù per te vivo; Gesù per te muoio. Gesù, che io viva, che io muoia sono tuo.

Video

(Anch’io ho provato a cantare ma l’emozione mi prendeva).

il coro che ci ha accompagnato nella preghiera era formato da una quarantina di amici provenienti da tre parti diverse dell’Italia.

Alla fine un canto friulano DA FONT DE ME ANIME (potete ascoltarlo qui) che esprime bene il clima, ne riporto la traduzione di due strofe:

Dal fondo della mia anima gioisco ed esulto, il meglio della mia musica lo canto a Dio

che anche se piccola si ricorda di me: dal fondo della mia anima canto al gran Re.

Ero tanto povera e mi ha preferita poiché mi ha trovata più libera in cuore.

Per questo ogni anima mi benedirà: ero tanto povera e Dio mi guardò.

Poi si è festeggiato insieme, una grande festa, si perché dietro questo matrimonio c’è una grande storia di amicizia, di tante persone che si sono accompagnati in un cammino, e in questo non c’è differenza tra noi genitori e gli sposi, anche noi siamo stati accompagnati, e uno fa bene una festa perché ha già nel cuore la festa.

Dal fondo della mia anima gioisco ed esulto” il fondo dell’anima esulta perché trova e riconosce quell’oltre, di cui tante persone hanno fatto esperienza , anche chi non se l’aspettava. Molti parenti ne sono rimasti colpiti “Non dimenticheremo questo giorno” mi hanno detto.

 

«Mentre cantavano, lo hobbit sentì vibrare in sé

l’amore per le belle cose fatte con le proprie mani,

con abilità e magia, un amore fiero e geloso (…)

e desiderò di andare a vedere le grandi montagne,

udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare

la spada al posto del bastone da passeggio».

Lo Hobbit J.R.Tolken

 

 

 

(un solo quesito rimane, ma quanto bevono questi friulani…)

Appunti da un Trasloco

Gli universitari che vivono fuori sede hanno molti problemi e mia figlia è una di queste.

Quest’anno ha dovuto cambiare casa e dividerà l’appartamento con altre persone, una perdita di tempo, qualche problema in più e soprattutto il TRASLOCO, fare pacchi e spostare le cose che si accumulano nel tempo.

Inoltre visto che l’appartamento in cui entravano era abitato da cinque ragazzi, anche loro erano alle prese con un trasloco, loro uscivano e lei e le sue nuove coinquiline entravano.

Quindi lascia una casa e ne trova un’altra. Ci rechiamo a Pisa per aiutarla.

Il primo giorno l’aiuto nel portare nel nuovo appartamento le prime scatole e altre cose che arrivano da casa, conosco i ragazzi e inizio a sentire che sono un po’ in difficoltà con i tempi, molto probabilmente non ce la faranno a pulire a fondo il loro appartamento, differenze tra ragazze e ragazzi penso.

Il giorno dopo aiutiamo le ragazze facendo la spesa e portando cose e pacchi di tutti. La casa nuova è in pieno centro occorre che una persona sia sempre presso la macchina, i ragazzi ci aiutano e si aiutano nel trasporto delle cose, un bel clima, tra chi aiuta di più c’è anche chi non è interessato in prima persona dal trasloco è solo un amico.

Ritornando vedo mia figlia e la sua amica un po’ in affanno per la pulizia,  faccio presente che i ragazzi non lasceranno la casa pulitissima e che quindi non è il caso che lei si dia troppo da fare, “Ma come si fa a lasciargli una casa come non vorresti trovarla” – mi risponde – “sai che questi discorsi non mi piacciono” “Ok, come vuoi”.

Rimango esterrefatto quando dopo l’ultimo viaggio vedo la casa pulitissima e lei e la sua amica che mettono un centrino al grande tavolo del salotto, sopra ci mettono un contenitore pieno di cioccolatini tra cui alcuni per chi è allergico con una scritta tipo “Benvenuti, vedi G. abbiamo pensato anche a te” e oltre ad altri segni di benvenuto sulla porta della sala una frase di un libro su San Bernardo. Lo riporto qui sotto.

Si va a fare la spesa in un supermercato per partire nel nuovo appartamento almeno con un minimo di rifornimenti, e a metà pomeriggio si va definitivamente a casa nuova.

Lì si incontrano le nuove inquiline che arrivavano da altre parti e ci si inizia rendersi conto che la vecchia casa era una reggia, qui due armadi sono pericolanti e poco sicuri a passarci vicino, ci sono poltrone su cui non ci si può sedere manca un materasso e tutto ha bisogno di una profonda pulizia. La casa di per se è bella ma è spoglia, sporca e come se fosse in uno stato di abbandono.

Il giorno dopo c‘è la firma del contratto mi raccomando di dire tutto quello che non va prima di firmare, purtroppo non potrò esserci, devo tornare. Ci si lascia col cuore un po’ triste.

Il giorno dopo la cooperativa fa presente che lei ha rispettato il contratto e che i mobili previsti da parte loro  sono solo i letti, e che in base … bla  …  bla …  bla bisogna firmare. Mia figlia e le altre a questo punto firmano, ma qualcosa non torna, ci si è affidati a questa cooperativa anche perché avevamo la sensazione che oltre a far rispettare le clausole e i contratti ci fosse da parte loro anche un modo più bello e umano di intendere i rapporti tra le persone.

E come hanno vissuto insieme quei ragazzi? Che cosa hanno imparato dalla loro compagnia?

“Quando un membro soffre, tutto il corpo soffre con lui, ci ha insegnato san Paolo” e richiamato, soffrendone lui stesso, Don Carron quest’anno.

Questo è il brano del libro di cui parlavo prima:

 

“Concludemmo che c’era un modo per cambiare tutto il mondo,

ed era: cambiare noi stessi!

Fissammo un principio fondamentale, e cioè che l’anima,

di ogni riforma è la riforma di ogni singola anima.

Stabilimmo che Dio ci aveva posti in questo minuscolo punto dell’universo,

con l’unico fine di rendere questo puntino bello ai suoi sguardi.”

(M.Raymond)

Il volto della Libia



Uno è anche i libri che legge, sto leggendo “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti e c’è una parte del libro che mi ha un po’ angosciato, più delle descrizioni delle violenze e della capacità di male dell’uomo perché si sa il male è male può fare più o meno orrore ma ha lo stesso volto, lo stesso giudizio: è il male.

La cosa che mi ha angosciato è l’incertezza in cui vivevano i parenti in attesa di notizie, dove il male non si è ancora manifestato e il bene non ha vinto, il figlio partito in guerra sarà ancora vivo? Non arrivano notizie sarà un bene o un male?

Oppure verso la fine della guerra chi era nemico non sparava più verso di noi perché spossato e sconfitto e chi era dalla tua parte non lo era più anzi ti sparava addosso perché si era già all’inizio del dopo guerra e si lottava per chi doveva gestire il potere.

L’incertezza, l’informazione manipolata, la lotta per il dopo, e il male che non ha più questo nome ma avanza, e oggi la Libia ha lo stesso volto.

Eppure il giudizio è netto, come quello del Papa dell’Angelus del 27 Marzo 2011 “ rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi”.

O dello stesso E.Corti di un intervista per i suoi 90 anni che con due risposte secche da due graffi alla nostra mentalità:

L’Islam.
Sul piano militare il gap con l’occidente sembra essere ancora enorme. Ma gli islamici credono, gli occidentali non credono più in niente. Tra chi crede e chi non crede, vince chi crede. Dovremo anche qui affidarci all’intervento soprannaturale e alla Madonna. Per questo ritengo fondamentale le poco conosciute ma clamorose apparizioni di Zeitun, avvenute in Egitto nel 1968.

La guerra.
La sensazione fondamentale che ti dà la guerra è che non serve a nulla. Lo sa bene chi, come me, ha combattuto, prima sul fronte russo e poi in Italia nei “soldati del re”. La guerra è fatta per non essere fatta: non risolve niente.

E le bugie hanno le gambe corte e soprattutto non esistono bugie umanitarie come dimostra il giudizio di G.Ferrara dell’1 Aprile 2011.

Altra documentazione su questo è qui.

Il video citato da Ferrara è qua.

Confidenza

Ogni tanto mi capita di ascoltare le confidenze di qualcuno,  penso in quei momenti "Mi stai dando il massimo, ma io vedo così poco perchè?" qui sotto ho avuto una risposta. Qui una risposta simile di Pavese.

"Bisogna fare un salto in Paradiso. Nel cielo di Saturno tra i contemplativi (canto XXII, vv, 67·72) Dante incontra san Benedetto al quale, a un certo punto, pone delle domande che hanno questo significato: "Dimmi chi sei, mostrami chi sei, Mi hai parlato in modo così ardente che io oso porti la domanda delle domande: mostrami la tua anima".
"Fa eh ‘io ti veggia con imagine scoverta" chiede Dante a san Benedetto. Ci aspetteremmo una risposta positiva, ma san Benedetto risponde in modo imprevedibile: "La tua domanda è posta male, Se vuoi vedermi devi camminare con me; devi seguirmi fedelmente; devi attraversare con me il gran mare dell’essere; mi devi stare accanto in quanto il mio destino non è ancora compiuto". Se ci pensiamo bene, un’altra risposta non sarebbe stata possibile: se l’uomo è un destino che cammina. io riesco a riconoscere l’altro solamente nel momento in cui il suo cammino diviene il mio cammino; la stessa cosa accade anche per il lettore: solo una fedeltà nella lettura comporta la piena comprensione del testo."

dorè paradiso